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ArchivioUna fogliata di libri

"Noi" di Walter Veltroni

Rizzoli, 180 pagine

L’intenzione dichiarata del Walter Veltroni post Pd era fare un libro sulla memoria, per non dimenticare gli orrori – prima di tutto la Shoah e poi tutto quello che ha fatto dell’Italia un’Italia diversa dall’Italia di W. E in effetti “Noi”, l’ultimo romanzo dell’ex segretario del Pd (in libreria per Rizzoli il 26 agosto), non dimentica e non fa dimenticare nulla, neppure il volto di Walter come appariva qualche anno fa: la foto sul risvolto di copertina ritrae infatti l’autore leggermente più giovane di come appare ai nostri giorni.
Uno legge “Noi” e di sicuro ripensa, sorride e magari pure si commuove, e però intanto si chiede perché mai Walter – dopo la bella pagina sul bombardamento di San Lorenzo, dopo la scena terribile sulla deportazione, dopo la descrizione toccante del dramma di un padre e di una figlia, dopo il capitolo sull’epopea autostradale di un altro padre e di un altro figlio negli anni della speranza, dopo il sipario sulla timida forza dell’amore ritrovato – abbia trasformato il libro in un prequel-sequel (ottimista) de “La meglio gioventù”. In “Noi” i cattivi si redimono, i buoni superano se stessi, la storia si punisce da sola, i fratelli sono tutti figli unici inesorabilmente divisi dall’ideologia ma inesorabilmente uniti dal sangue migliore, i Beatles perdono l’innocenza ma la fanno ritrovare alle generazioni successive, il ragazzo sotto le bombe va a salvare l’amico ma lascia andare un bimbo sconosciuto (e si pente), il padre che lavora dal gerarca è diventato fascista senza porsi domande ma alla fine le domande se le pone (e si pente), il gerarca è gerarca ma non dei peggiori (e dunque potrebbe pentirsi pure lui), l’estremista da denunciare si denuncia da solo, la pecora nera si sbianca, la moglie superficiale ti fa riflettere e persino l’odiata guerra trova il personaggio che la rende meno odiosa con la frase: “… Per far cadere un regime, per sconfiggere un nemico bisogna togliergli il consenso e neutralizzarlo militarmente”.

“Noi” è un tripudio di “ma anche”, roba che neppure un comizio o una veltroniana lezione di politica: la democrazia è democratica ma anche autoritaria, la coppia si ama ma anche si detesta, la libertà di scelta è meravigliosa ma anche alienante, la verità è univoca ma anche bifronte. E pare che Walter abbia fretta di dirlo a tutti: guardate che continuando così – tutti a fare gli individualisti senza neppure un “ma anche no” – finirete senza famiglia, senza ricordo, senza amore, senza progetti, senza amici, senza rete, senza paracadute, senza allegria, senza primavera, chiusi in un mondo orwelliano da archiviare in una “memory card”.
Detto questo, “Noi” è teneramente e sicuramente meglio di un almanacco – trovi le date, i dialoghi, gli attori, i registi, i quadri, le battaglie, la fame, i dittatori, le canzoni, le foto, gli abbracci, le lettere, i ricordi, i biscotti, il Carosello, la lavatrice, la bicicletta, il mangianastri, Luigi Comencini, San Gimignano, il Giro d’Italia, il meccano, lo zoo di Villa Borghese, i wafer, le ragazze  degli anni Trenta, le nonne coraggio, il Sessantotto, il Commodore, lo yuppie e l’hippy e pure l’uomo sulla luna, ognuno al suo posto lungo una storia lunga più di un secolo e almeno quattro generazioni. Fino al 2025, brutto futuro cibernetico in cui se sei “peggio gioventù” o “meglio gioventù” è uguale perché tanto tra chip, bit e microchip ti perdi comunque e muori triste, da giovane vecchio, abbandonato e inaridito in un perfetto isolamento.

Si è documentato, Walter. Ha letto, ha consultato, ha scritto e poi ha ringraziato (a fine libro) centinaia di professori, ricercatori, giornalisti, archivisti. In tre anni è passato da “La scoperta dell’alba” (il libro del 2006) alla scomparsa del “noi” – noi politico, noi umano  – e ha poi dedicato il tutto al suo “noi”, cioè a Vittorio Foa e alle sue donne: le due figlie e la moglie Flavia, la ragazza di cui W. si è innamorato tanti anni fa (e chissà se, come il personaggio del libro, l’ha baciata per la prima volta nella via di Roma che ricorre nel romanzo come luogo principe della memoria).

di Marianna Rizzini

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