Un accordo bipartisan sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali? Sembrerebbe questo il punto di caduta del dibattito tra Linda Lanzillotta e Gianni Alemanno, di cui dà conto il Sole 24 Ore. Se alle intenzioni corrisponderanno i fatti, potrebbe essere l'inizio di un serio cammino di riforma nella prossima legislatura. Da un lato, l'ex ministro degli Affari regionali rilancia il suo progetto, che durante l'era prodiana era stato menomato in partenza (scorporando, senza ragione, l'acqua) e poi stravolto dal Senato. Dall'altro, il candidato sindaco della Capitale concede che l'in house va messo al bando (seppure con qualche eccezione). Un simile passo avrebbe un effetto enormemente positivo per il paese. Non solo perchè produrrebbe efficienza in un settore importante della nostra economia, ma anche perché darebbe un segnale inequivocabile: la transizione iniziata a inizio anni '90, e che ha subito nel nuovo millennio una battuta d'arresto, potrebbe riprendere e condurre il mercato italiano verso un maggiore grado di apertura. Il problema dei servizi pubblici locali è duplice. Se si guarda agli effetti, nell'attuale situazione di concorrenza asfittica gli ex monopolisti possono estrarre una rendita monopolistica. Se invece si guarda alle cause, chi detiene il controllo (il management e i politici che lo nominano) può utilizzare questa rendita come una tassa implicita sui consumatori, che essa si traduca nel mantenimento di relazioni clientelari oppure che si concretizzi nell'incasso, per l'ente pubblico azionista, di dividendi gonfiati. In entrambi i casi, liberalizzare significa depoliticizzare e consegnare la gestione di questi servizi essenziali alle regole del mercato. In generale, dunque, anche questo dibattito contribuisce ad accreditare l'idea che questa competizione elettorale sia la prima "normale" della seconda repubblica: gli elettori sono chiamati a scegliere tra proposte diverse che però paiono radicate su un terreno comune. Se sia un miraggio, lo sapremo tra poco.
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