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'Yes' di Neil Tennant e Chris Lowe

Il ritorno dei meglio cinquantenni della musica leggera

I due cinquantenni più leggiadri della musica leggera sono tornati. Parliamo di Neil Tennant e Chris Lowe, da 23 anni pubblicamente identificati dalla sigla Pet Shop Boys, con la quale hanno venduto 50 milioni di dischi. E anche con “Yes”, 11esimo album della loro produzione, la premiata ditta conferma l’abituale disciplina nel consegnare al mercato prodotti curatissimi, consumabili e con tre o quattro strati di fruibilità sovrapposti. Il fatto è che Tennant e Lowe sono due artisti nel senso più rotondo del termine e maneggiano finalizzazioni produttive che spesso sono andate ben oltre i dischi, a cominciare dalle coreografie dei loro live set fino alle collaborazioni col mondo delle immagini e delle tendenze. Un loro nuovo disco non è né un obbligo né una routine, ma una rappresentazione, nata dal loro originale interesse per il nightclubbing edonista, a cui si è progressivamente aggiunto il gusto di racchiudere in tanti atti unici – sotto forma di canzone-dance – delle commediole che descrivono la vita d’Albione nell’ultimo quarto di secolo, alti, bassi e sentimenti più diffusi, quali la malinconia, la solitudine, l’arroganza, la voglia di liberazione. Il tutto condito da sembianze di grandeur sonora che carezzano continuamente il kitsch, salvo poi decollare grazie all’angelica nasalità della voce di Neil e ai crescendo digitali di Chris, fin su a quei climax canonizzati dall’house music, ma che sopravvivono nelle tracce di un disco come questo. Il primo dato all’origine di tutto ciò è che Tennant è un uomo adulto che sa ancora parlare al cuore dei teenagers. Il secondo è che la musica che produce col suo socio mantiene uno splendore effimero e delicatissimo, indizio di una sensibilità rara. In “Yes” ci sono una raffica di canzoni destinate a farci compagnia, in uno di quei dischi che si giovano della ripetizione e finiscono per diventare onnipresenti nella nostra vita. Il tutto, pensate, con la faccia tosta di mescolare nello stesso album delle riletture camp di Tchaikovsky e il contributo produttivo di Xenomania, marchio titolare delle produzioni in stile Europop uscite da Londra negli ultimi anni, a cominciare dalle Girls Aloud, ben dentro quel territorio post-pop che qui stiamo imparando ad accomunare sotto la sigla “X-Factor”.

di Stefano Pistolini

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