L’uno e l’altro, contrapposti e giustapposti. Forse sorpresi che il momento di verità potesse arrivare così presto ma ben felici di esserci. Felici, garbati e civili. Cortesi ma fermi. Disinvolti ma precisi. Aperti ma trancianti. Sorridenti sempre: se lo possono permettere, beati siano coloro che hanno saputo resistere alla voluttà di un sigaro toscano. In doppio petto il candidato Cav., malgrado appesantisca i fianchi e quando si sta seduti tenda inevitabilmente a sbeccare in avanti. Con un petto solo, che sfina e se tenuto slacciato fa comunque quello che gli operai li conosce, l’altro competitor, il candidato W. Camicia vagamente sul celeste per entrambi, cravatta scura con fregi rossi per il primo, sempre scura ma con fregi chiari per il secondo. Orologi in vista, penne solenni. Quanto alle scarpe raramente le telecamere frugano in basso, ma dalle foto sono scarpe nere con lacci per il Cav, per W invece mocassini neri tipo Saxon o Lotus che prima di intenerire il cuoio e poterle calzare in scioltezza ci passa un buon mese di vesciche.
Tutti e due esibiscono un bell’incarnato, segno di eccellente salute, che secondo i giochi di luci va dal salmone alla cotoletta. Tutti e due sono tenuti con mano invisibile dal padrone di casa che officia. Si vede che il Cav. non ne ha affatto voglia, ma siccome la massiccia scrivania incombe, accetta di sedersi e di interpretare di nuovo la firma in diretta del patto con gli italiani. W invece si piega a un siparietto: loda la completezza di un servizio appena andato in onda e realizzato da un collaboratore del maître promosso alla funzione direttoriale, il maître si celebra, vede siamo un’ottima scuola, con noi si sale. W allora: “Ma lei ormai non ha più nulla da scalare, dove vuole salire ancora?”. Facile amare uno così. E il maître levita, ascende.
Entrambi sono stati molto gentili con i giornalisti in studio, “voi che siete conoscitori attenti della realtà e queste cose le sapete già”: nessuno che abbia risposto no, non è vero, molto spesso non sappiamo e per questo inventiamo. Tra gli altri W ha di fronte Mario Pirani di Repubblica, lo chiama per nome e gli da del tu: è comprensibile la manifestazione di affetto nei confronti di qualcuno che conosci da una vita, ma l’effetto è disastroso lo stesso, nei due sensi, davvero è meglio fingere. Il Cav. invece si alza subito in piedi per salutare il nuovo ospite, lo splendido esemplare di maschio del Chiapas che da qualche anno dirige con successo Liberazione. Anche qui è tutto un liberarsi di profumo di miele e di incenso che la comune fede milanista non basta a spiegare. E’ che sono veramente fatti così i due campioni: sono a modo dentro, squisitamente garbati, hanno paura di apparire grevi, non direbbero una parolaccia nemmeno raccontando una barzelletta. Però, quando uno di noi va fuori di testa e vuole sapere se annuncerete la lista dei dodici ministri del vostro governo prima del voto, cosa mai vista al mondo, ecco là, allora fate qualcosa perché come direbbe il curato, quando ce vo’ ce vo’. Sennò finiremo per rimpiangere quelli delle iene dattilografe.
Solare, splendidamente solare il Cav., nel presentarsi come demolitore del passato e chiave di volta del futuro, costruttore di partito e demolitore di sistema. Sereno Walter Veltroni, che ha già demolito e costruito. E’ più a suo agio di quanto lo fosse la settimana scorsa nella trasmissione concorrente che non ha voluto nominare. Si conferma uomo paziente e ferocemente determinato, incapace di mollare, per anni farà da muro alle ambizioni degli amici e sarà un pericolo per quelle degli avversari. Prendetelo in parola quando dice sornione che nel suo partito molti pensavano che non avrebbe fatto sul serio, che non avrebbe avuto i numeri per tenere duro: come tutti può sbagliare o no, vincere o perdere, quello che è certo che va fino in fondo. Come Berlusconi trae la forza dalla consapevolezza di essere insostituibile. Il Cav. adotta una postura regale e parla ancora il linguaggio dell’intrapresa, il simbolo di un partito, che dovrebbe evocarne la storia e fissarne l’identità, in fondo è solo un marchio. Semplificazione brutale e inelegante che serve però a prevalere su ogni residuo dell’ideologia. Il Cav. dice “Rialzati, Italia” ma suonerebbe bene anche “Listen Italia and walk”. W si presenta botton down e vagamente liberal, come in un fine settimana a Martha’s Vineyard, ma parla nazionalpopolare. Dice “yes we can”che suona bene anche come “gliela possiamo fare”, e ancora meglio “se po fa’”.
Il fatto è che a forza di guardarsi con la coda dell’occhio per non distogliere lo sguardo dalla relativa corsia, le immagini del Cav. e di W finiscono per fondersi. Sono intercambiabili e scambiabili, sono il 7 e l’8, Ficarra e Picone. E per essere riusciti a imporre con la forza e dall’alto una riforma di sistema di cui si blaterava da anni, vengono percepiti come nuovi pur calcando la scena da anni. E’ questo il bello della politica.
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