Dal padre della patria Camillo Benso di Cavour, “l’aleph” che unificò l’Italia in diciassette mesi, a Gianni Agnelli, “l’ultimo principe”. “L’isolamento ha fatto il piemontese misoneico, autoritario, gretto, egoista e caparbio, più facile all’obbedienza che all’iniziativa, poco curioso e poco socievole. In una parola è la tedescheria d’Italia”, era un giudizio del 1901 del fiorentino Zino Zini sulla “psicologia di Torino”.
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Il vecchio pozzo che la maggiore scrittrice ungherese del Novecento ritrova nell’antica casa familiare è l’immagine attorno alla quale si raccolgono i momenti salienti della sua crescita umana e artistica. Il tempo prediletto dell’indagine è l’infanzia, quando gli occhi della bambina scoprono un universo dalle coordinate soggettive, un teatro mentale abitato da esseri umani divinizzati tra cui primeggiano i genitori.
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Lettura indispensabile per Aldo Grasso. In queste pagine di un grande irregolare, il critico televisivo del Corriere della Sera troverà il suo pane quotidiano, il suo specchio, il suo perché. Gabriel Matzneff fu solo per ventisei mesi notista televisivo di Combat, glorioso giornale fondato nella resistenza e finito nell’antigollismo e nell’anticolonialismo.
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Di che cosa parliamo quando parliamo di canzone italiana? Il centocinquantenario dell’unità è stato anche l’occasione per ripercorrere la storia di uno dei prodotti nazionali meglio riusciti, e certamente tra quelli che più hanno contribuito all’identità del paese. Nel bene e persino nel male, se pensiamo alla caricatura dell’italiano con mandolino incorporato (e vorrà pur dire qualcosa, il fatto che l’imperatore Federico II di Svevia si vide costretto, nel 1221, a proibire per decreto a Napoli serenate e mattinate nelle ore riservate al riposo).
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Storia di una passione un tempo considerata virtuosa e oggi guardata con sufficienza: un vizietto non del tutto innocente. Leggere, collezionare libri, tanti, il più possibile, significava conoscere la storia, la bellezza del mondo, avere gli strumenti per interpretarlo. Oggi invece sono un problema, occorre spazio e le case sono piccole, sono antigienici perché accumulano un sacco di polvere.
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Scritti tra il 1924 e il 1958, questi racconti del gran signore delle lettere lombardo sono in parte frammenti del romanzo “La meccanica”. Sofisticati e gustosissimi capolavori della letteratura novecentesca, danno avvio a una nuova riedizione adelphiana di tutte le opere dello scrittore. La ricchezza della prosa gaddiana è un magnifico strumento di precisione con cui viene passata in rassegna una vasta antologia di risibili e superbi campioni umani.
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Romanzo d’ispirazione fantastica e di cruda, realistica verità. Le premesse magiche della storia della “Strega d’aprile” – che la svedese Majgull Axelsson raccontò nel 1997 e finalmente arriva in Italia nell’eccellente traduzione di Carmen Giorgetti Cima – temperano il disincanto con cui l’autrice vi elabora temi spinosi quali la malattia e le sue ricadute sociali, le malizie femminili e certe impunite ipocrisie famigliari, gli inciampi procurati da un’eccessiva intellettualità e attenzione, gli splendori e le miserie della scienza e della tecnologia, la povertà dell’odierna comunicazione.
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E’ tutto molto romanzesco nella vita di Edith Piaf, che lei stessa racconta, ricamando molti dettagli strappalacrime, in questi due libri riuniti in uno. Sin dall’inizio, la figlia di un acrobata cortonsionista e di una cantante fallita respira il dramma popolare di Eugène Sue. Come Fleur de Marie, anche lei nasce in mezzo alla strada, per l’esattezza all’angolo di fronte al 72 di rue de Belleville, dove c’è ancora una targa che ricorda l’evento.
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Ci vuole carattere per scrivere a Stalin senza implorare pietà negli anni delle fucilazioni su scala industriale. E’ questa la prima ovvia riflessione di fronte all’epistolario delle vittime del dittatore sovietico. Un po’ perché si sa che sui dodici estensori delle lettere soltanto uno è sopravvissuto. Sul finire degli anni Trenta, quelli del “grande terrore”, Stalin eliminò avversari politici veri o presunti tali. “Compagni” torturati e assassinati sulla base della delazione e della calunnia. Meno note l’abnegazione e la dignità con cui le vittime porgono il collo al boia.
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Si tratta di otto racconti: genitori, figli, nonni, mariti e mogli, amori più o meno felici, dichiarati o fantasticati, storie di tutti i giorni, normali se guardate dall’esterno, imprevedibili stralunanti se le vediamo dal di dentro. Proprio com’è nella realtà di ogni uomo, anche il più tranquillo, il più scontato. Per questo ciascuno di questi racconti, così imprevedibili e così veri, potrebbe essere intitolato “Nel libro della vita”, come il primo che dà il titolo alla raccolta.
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