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Blog di Francesco Cundari

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Rappresentanza

Eppure da anni, in Italia, questa formula magica è andata completamente smarrita. Hanno perso la rappresentanza gli imprenditori più attenti ai balocchi-e-profumi che alla produzione e alla redistribuzione della ricchezza. L'hanno da tempo dimenticata i sindacati, ridotti a corporazioni di già garantiti, già tutelati, già inseriti. Si è volatilizzata tra gli intellettuali - gli scrittori, i registi, gli autori televisivi - incapaci di raccontare e interpretare l'Italia, con un mondo che ruota attorno alle loro fissazioni da lettori di giornali. Perfino la Chiesa si è allontanata dalla gente comune, dal popolo anonimo che partecipa sempre meno alle messe domenicali, per giocare la partita della visibilità e del potere politico, come una lobby qualsiasi. E non bastano a raccontare il Paese i media e i giornali, con il loro menu quotidiano di previsioni fasulle. Sondaggi bugiardi. Personaggi inventati. Pulpiti che fanno la predica solo a se stessi.

Marco Damilano, Lost in Pd (Sperling & Kupfer)

di Francesco Cundari

Ci salveranno i ventenni

Non ci vorrebbe molto, per cambiare passo. Basterebbe un partito. E cioè un’organizzazione collettiva che non concede sconti e non fa regali a nessuno, ma che seleziona, anche con durezza. E che pertanto non ha alcun bisogno di tirare fuori ogni volta il coniglio dal cilindro, sempre giovane, fresco e con la faccia pulita, e sempre funzionale agli equilibri di sempre. Ai dirigenti del Pd non chiediamo dunque dichiarazioni, gesti o proclami simbolici. Dateci – diamoci tutti insieme – semplicemente un partito. Il dibattito sul rinnovamento ve lo restituiamo volentieri.

Fausto Raciti, su Left Wing (a conferma di quanto si diceva qui).

di Francesco Cundari

Trucchi del mestiere

Oggi ho pranzato al ristorante della Camera, come faccio spesso, al tavolo dei giornalisti. La conversazione è cominciata da un comune moto d'indignazione per come le parole del presidente del Consiglio sulle sue personali vicende coniugali avessero messo in secondo piano persino le notizie sullo storico accordo Fiat-Chrysler. I primi tre minuti sono passati così, tra chi lo giudicava un gratuito atto di ossequio da parte dei nostri maggiori quotidiani, chi un complotto della destra, chi della sinistra, chi della Fiat. Per tutto il resto del pranzo si è parlato delle personali vicende coniugali del presidente del Consiglio.

di Francesco Cundari

Il rapporto tra referendari e sinistra

siemaeses-2Da qualche giorno mi sforzo di capire se e quando il coming out referendario di Berlusconi spingerà il Pd a rivedere la sua posizione (votare sì per poi cambiare la legge in parlamento), essendo chiaro come il sole, a questo punto, che: a) Berlusconi sta pensando di fare campagna per il Sì perché vuole proprio la legge che uscirebbe dal referendum; b) che una maggioranza parlamentare alternativa per cambiare quella legge non c'è e non ci sarà mai, non foss'altro perché non ci starebbe nemmeno buona parte del Pd, dove referendari veltroniani e ulivisti sono invece ansiosissimi di portare a compimento la tanto sospirata riforma bipartitica. A forza di rifletterci, però, ho capito che almeno su una cosa sono io che sbaglio, perché parlare di coming out referendario di Berlusconi è scorretto. Semmai, si dovrebbe parlare di coming out berlusconiano dei referendari. Una differenza non da poco, che la dice lunga sull'antico rapporto siamese tra sinistra italiana e quel vasto arcipelago composto di veltroniani, prodiani, professori e profeti della "società civile" che da anni dettano la linea dalle colonne di Repubblica, dai salotti televisivi perbene, e da tante altre parti. Un rapporto (e un coming out) che mi pare perfettamente esemplificato da questa vignetta, che pesco dall'altra parte dell'oceano, e cioè da quell'America Latina verso cui ci stiamo rapidamente incamminando.

di Francesco Cundari

Porca immaginazione

Titolo del Manifesto di oggi: "Porco mondo". Titolo del Riformista di oggi: "Porco mondo". Titolo della Jena sulla Stampa di oggi: "Metafore". Svolgimento: "Porco mondo".

di Francesco Cundari

Banana Republic

Ma queste diverse politiche – debole regolazione, denaro a basso costo, l'alleanza economica non scritta tra Stati Uniti e Cina, gli incentivi all'acquisto di casa – avevano qualcosa in comune. Sebbene alcune siano tradizionalmente associate ai democratici e altre ai repubblicani, tutte quante andavano a beneficio del mondo della finanza.

Ho appena cominciato a leggere uno splendido saggio di cui penso parlerò a lungo, che scopro grazie al mio duplice collega anarco-capitalista Galt (confido però che la lettura lo induca a cambiare presto il suo nome in Ulianov). Mi piacerebbe che fosse presto pubblicato in Italia, ma non credo che i miei desideri saranno  esauditi: il "golpe silenzioso" di cui parla Simon Johnson, in un grande paese democratico e pluralista come gli Stati Uniti, incontra pur sempre una certa resistenza, fosse anche solo per la pubblicazione e il successo del saggio in questione; in un piccolo paese semicoloniale come l'Italia, però, quello stesso processo ha raggiunto uno stadio molto più avanzato, pervadendo di sé non solo i giornali e le televisioni, l'università e il cabaret, ma persino le organizzazioni della sinistra (politiche e sindacali). E quando dico lo stesso processo non intendo un processo analogo, intendo proprio lo stesso: stessi attori, stesso copione, stessi allestimenti. Cambiano solo i comprimari. Tanto è vero che mentre negli Stati Uniti si discute delle relazioni di Tim Geithner o di Larry Summers con quella stessa comunità finanziaria che porta la prima responsabilità della crisi, in Italia si continuano a pubblicare allegramente articoli e libelli dei suoi pigri agit-prop, che fanno ormai la stessa impressione di certe vecchie collezioni da bancarella su marxismo e critica letteraria, marxismo e psichiatria infantile, marxismo e giardinaggio: anacronistici relitti di un'utopia che era già ampiamente scaduta quando quei libri andavano in stampa, ma che per qualche tempo valsero certamente ai loro autori il rassicurante riconoscimento di una non piccola comunità accademica e politica, in quel caso; e il proficuo riconoscimento di una ben più larga e prospera comunità internazionale, nell'altro.

di Francesco Cundari

Rappresentanti

Da anni, sui giornali di area "progressista", non si discute d'altro che della presunta inadeguatezza dei partiti della sinistra e dei loro dirigenti. La maggior parte dei commentatori – e intendo non solo gli editorialisti, ma anche i registi, cantanti e cabarettisti abitualmente intervistati sui destini del paese e della sinistra, in qualità di "coscienze critiche" dell'uno o dell'altra – sembra capace di esercitarsi su un unico tema: quanto poco quegli stessi commentatori si sentano rappresentati da partiti e dirigenti della sinistra. Dirigenti, si dice, che sono sempre gli stessi, che non cambiano mai. Eppure, nel corso di questi quindici anni, mi pare che quei dirigenti siano cambiati, o quanto meno si siano alternati alla guida dei rispettivi partiti, molto più di quanto nel frattempo siano cambiati i commentatori (e i commenti). Ma soprattutto, mi domando se sia davvero così trasparente e indiscutibile l'interesse generale di un simile tema, che ha di fatto monopolizzato il dibattito pubblico a sinistra: quanto quegli osservatori si sentano rappresentati dall'oggetto delle loro osservazioni, da quei partiti e dirigenti da loro giudicati sempre più autoreferenziali e lontani dai sentimenti e dai bisogni del loro popolo, il famoso "popolo della sinistra".

Ecco, grosso modo, qual è stato il corso dei miei pensieri questa mattina, scorrendo gli editoriali sulla prima pagina di Repubblica, che recano oggi le seguenti firme: Gad Lerner, Michele Serra, Umberto Veronesi, Carlo d'Inghilterra.

Per farla breve, la mia impressione è che all'Italia, più che un Barack Obama, manchi una Coline Serreau.

di Francesco Cundari

Tutto torna

“Esco da una storia di dieci anni e non ho voglia di impegnarmi”. Quasi tutte le relazioni iniziano così.

Traggo da vari giornali e da diversi resoconti una notizia piuttosto sorprendente: alla festa per i suoi sessant'anni, Massimo D'Alema ha annunciato la sua intenzione di tornare a impegnarsi in prima persona. E mi vengono in mente due cose: la prima è che non poteva scegliere occasione più significativa, per un simile annuncio; la seconda è un articolo scritto da Marta De Cinti nell'ottobre del 2007, a pochi giorni dalle primarie che incoronarono Walter Veltroni e dalle sue dichiarazioni a proposito di "vocazione maggioritaria", che già lasciavano presagire tutto quello che ne sarebbe seguito.

L’aspirazione di lui (lo chiameremo per riservatezza P.D., giovane di belle speranze, ma a guardarlo bene già parecchio navigato) è di sfruttare le nuove opportunità che gli si aprono di fronte. Quali e quante siano veramente non ha alcuna importanza, è la percezione che conta. L’aspirazione di lei (la chiameremo per comodità “elettorato potenziale”) è di diventare una donna onesta, di comprare casa e sentirsi di nuovo al sicuro. Naturalmente, nulla è semplice come sembra. [...] Il problema di ogni nuova relazione, infatti, è che gli uomini vanno educati adeguatamente. Tutti gli uomini, perfino quelli con velleità da partito di governo, fermamente convinti della propria irresistibile vocazione maggioritaria.

Insomma, se proprio volete il mio parere su questa notizia, la verità è che non so cosa pensare. Diciamo che in questo momento mi sento un po' stanco. E non so se ho voglia di tornare a impegnarmi, adesso.

di Francesco Cundari

Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto

È venuto il momento di smetterla con le inutili discussioni sulle colpe della finanza e sul futuro del capitalismo (certo non saremo noi a determinarne la svolta, se mai ci sarà) e invece pensare al domani.

Così Francesco Giavazzi, sul Corriere della sera, oggi. Alle "inutili discussioni" sulle colpe della finanza non mi risulta però che Giavazzi abbia mai preso parte, forse perché troppo impegnato, fino a ieri, in utilissime discussioni sui meriti della finanza e del modello politico-economico che ci ha portati alla crisi.

di Francesco Cundari

Fanga e lustrini

La settimana che è appena passata mi ha dato parecchio da pensare. Nel giro di tre giorni ho partecipato a tre iniziative molto diverse: un confronto radiofonico con il professor Giovanni Guzzetta a proposito di referendum, bipartitismo e democrazia (giovedì); un dibattito nella sezione del Pd di Casal Bruciato con Antonio Sofi e Diego Bianchi – in arte Zoro – su partito, sezioni e democrazia interna (venerdì); una specie di festa, riunione, assemblea della prestigiosa Fondazione Daje (sabato sera). L'impressione che me ne resta è di avere parlato sempre delle stesse cose, in fondo. E non solo perché ovunque vada e con chiunque mi trovi a discutere, effettivamente, dico sempre le stesse cose.

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di Francesco Cundari

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