Don Massimo Camisasca, lei nel suo libro sul futuro del sacerdozio (“Padre”, San Paolo) scrive con lucidità e rammarico: “Quando è stata affidata alla mia comunità una parrocchia in Germania, dieci anni fa, ho scoperto che lì la confessione non era più in uso da trent’anni. La riforma protestante aveva vinto”. Ma allora perché in copertina indossa un clergyman? Come si può incoraggiare una pratica squisitamente cattolica vestiti da scismatici? In una via di Firenze ho intravisto un giovane frate dell’Immacolata col saio grigio cenere, il colore usato da san Francesco, e ho avuto un tuffo al cuore, ho sentito l’uomo di Dio, ho provato il desiderio di seguirlo e di chiedergli di confessarmi. Se avesse indossato un vestito nero avrei pensato a un buttafuori, a un becchino, a un regista, a un cantante rock, a un pastore sardo, e l’idea di confessarmi non mi sarebbe passata nemmeno per l’anticamera del cervello. L’abito fa il monaco e pure il sacramento.
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