Vorrei scrivere dell’ultimo romanzo di Camilla Baresani (“Un’estate fa”, Bompiani) ma è una miniera di spunti, non basta una singola preghiera, ci vuole un rosario. E allora per sbrigarmi torno a Rosa Matteucci. Di “Tutta mio padre” (sempre Bompiani) mi era sfuggito un elemento essenziale, che mi ha fatto notare non un critico o un giornalista culturale (gente grossolana il cui campione è Antonio D’Orrico, quello che ogni sei mesi scopre lo scrittore del secolo). Ci voleva Sara, semplice lettrice perciò non annebbiata da invidie e professionismi. Le dicevo che nella Matteucci non mi piace la continua difesa dell’indifendibile padre, un deficiente che viene voglia di entrare nella pagina e prenderlo a sberle. E lei: “Ma proprio lì sta il bello, la figlia che difende il padre nonostante tutto”. Improvvisamente ho capito: “Tutta mio padre” è il miglior svolgimento possibile del tema “Quarto Comandamento”. Libro necessario, quindi, in un’Italia di debosciati che addebitano ad altri, ai genitori, la colpa della personale nullità. La regola aurea, che psicanalisti e psicologi non insegneranno mai perché altrimenti dovrebbero trovarsi un lavoro vero, è la seguente: prendere la propria croce e andare. Se Rosa Matteucci avesse avuto un buon padre oggi non sarebbe la scrittrice che è.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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