Mauro Corona, non vergognarti di essere Mauro Corona. Lo so che per farsi invitare dalle trasmissioni perbene e dai giornali permeglio bisogna atteggiarsi a Mauro Corona, mica esserlo veramente, però a tutto c’è un limite e il limite lo hai superato ieri su Repubblica: “Mi toccò ammazzare camosci che ero ancora un bambino. Costretto da mio padre, imbracciai il fucile. Il mio primo camoscio lo uccisi a dieci anni. Poi mi toccò bere il sangue, come da tradizione. A quei tempi era così: quando uno prendeva il primo camoscio doveva berne il sangue ancora caldo”. Ti toccò? Fosti costretto? Vedi di non rinnegare tuo padre e le vecchie usanze. Ricordati che senza quel fucile, senza quel camoscio, senza quel sangue caldo tu non avresti scritto i libri che hai scritto. (Forse non avresti scritto nemmeno i libri che ha scritto il tuo vicino di intervista, un collaborazionista che boicotta la caccia perché “le direttive comunitarie sono chiare”, uno scrittore che non ha nemmeno il coraggio di firmarsi e si fa chiamare Wu Ming 2).
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