Angiol d’Or, solo adesso capisco di averla scampata bella. Erano le due e mezza di notte, per le strade non c’era un’anima viva, pioveva forte, talmente forte che l’acqua aveva cominciato a trapassare i pantaloni di pelle (indispensabili per noi ciclisti invernali e notturni). Ero sceso dalla bicicletta e stavo armeggiando con la serratura quando il cielo nero di Parma si è illuminato a giorno, poi il tuono più forte della mia vita mi ha quasi sbattuto per terra. Solo dopo ho saputo che un fulmine immane si era scaricato a poche centinaia di metri, sulla croce che tu porti (portavi) in mano. Solo dopo, molto dopo, mi è venuto in mente René Girard e la sua spiegazione di Cristo come capro espiatorio ovvero parafulmine. Solo dopo, moltissimo dopo, ho ripensato che nel momento fatidico, mentre al buio, bagnato come una grondaia e offuscato dal Sangiovese bevuto in serata a Bologna, cercavo con la mano destra di infilare la toppa, avevo nella mano sinistra il manubrio della bici, metallico ed elettrizzante. Se non ci fossi stato tu, Angelo, dove si sarebbe sfogata la saetta tremenda? Inoltre la croce ha capovolto l’accaduto: da disgrazia a colpo di fortuna. La folgore ha distrutto la copertura ottocentesca del campanile del Duomo mettendo a nudo i mattoni medievali originari, bicolori, sconosciuti, fantastici. Parma è più bella di prima e io non sono carbonizzato.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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