Brizzi sotterrato vivo dal puritanesimo senza Dio

La vera religione certe cose le risolveva nel segreto del confessionale. Clarissa Marchese mi ha tolto la voglia di andare al cinema

Clarissa Marchese mi ha tolto la voglia di andare al cinema

LaPresse/Davide Stecconi

Clarissa Marchese dice che Fausto Brizzi le ha tolto la voglia di fare cinema, io dico che Clarissa Marchese mi ha tolto la voglia di andare al cinema. Quella poca che mi era rimasta dopo che tutto il cinema, o almeno tutto il cinema che arriva nelle poche sale delle città di provincia, è diventato prosaico e calcolato. Io sono un ragazzo romantico, per me l’arte deve identificarsi con la vita altrimenti è sterile accademia o freddo commercio. Di Abel Ferrara, Bernardo Bertolucci e Werner Herzog ho amato i set ancora più dei film, il cuore di tenebra che si percepiva pulsare dietro le quinte. Per un secolo gli uomini di cinema sono stati tutti, chi più chi meno, a rischio di sequestro (per oscenità) o arresto (per bancarotta). E molto del loro carisma derivava proprio da questo perenne conflitto con la norma, con la legge. Oggi il povero Brizzi viene sotterrato vivo dal puritanesimo senza Dio che ha preso il posto della vera religione (quella che certe cose le risolveva nel segreto del confessionale: ricordate?) perché colpevole di “comportamenti inopportuni” ossia di nulla o di un centesimo di quanto commesso da Klaus Kinski e Marlon Brando. Film la cui produzione è del tutto trasparente e regolamentata, recitati da impiegati dello spettacolo che leggono il copione e poi tornano a casa come se niente fosse, capovolgono la definizione di Hitchcock: il cinema era la vita senza le parti noiose, adesso è soltanto le parti noiose, senza la vita. Requiescat in pace. 

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Commenti all'articolo

  • caterina.scarsini

    17 Novembre 2017 - 16:04

    Ci si può ancora esprimere in modo politicamente scorrettissimo? Temo di no ma lo faccio soltanto per chiedere una riflessione su quello che mi viene da pensare su questi fatti di molestie sessuali sotto i riflettori in questi giorni. Se queste molestie sono rivolte a bambini o minorenni sono assolutamente da condannare e da punire senza attenuanti e così pure i casi violenza e di stupro. Viceversa se queste situazioni di molestie riguardano degli adulti e, secondo me, una ragazza di 21 anni è una adulta e non solo per legge, si fronteggiano due poteri: quello dell'uomo di successo che può darti una opportunità di carriera e quella della donna che ha il potere della bellezza associata spesso alla giovinezza. Ognuno dei due desidera quello che può dargli l'altro e si trovano di fronte ad una forte tentazione a cui entrambi possono resistere pagandone le conseguenze. La donna che ha talento, se dice di no, potrà avere altre occasioni di lavoro e di successo e conservare la stima di sè.

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  • Angelara

    16 Novembre 2017 - 13:01

    Ma come si permette, una persona accusata da più parti di aver fatto degli abusi, una persona che ha scelto lucidamente di essere cattiva, lei la alza a vittima. Pensa che le sue parole non abbiamo conseguenze? Non teme che il suo articolo e gli altri di questo giornale possano far decidere a donne e uomini di non denunciare il loro molestatore? No, lei in questo momento storico decide di scrivere un inno ai molestatori. E i suoi lettori la seguono e si mettono a discutere di arte come se niente fosse. Cosa posso augurarle secondo lei?

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  • strambo

    15 Novembre 2017 - 12:12

    “Io sono un ragazzo romantico, per me l’arte deve identificarsi con la vita altrimenti è sterile accademia o freddo commercio”. Boh!? Se l’arte deve identificarsi con la vita, allora è un inutile sovrappiù. Perché guardare all’arte quando si può guardare direttamente alla vita? Inutile domanda. La vita non ha alcuna identità. Siamo noi viventi che diamo una identità alla vita. Ognuno a modo suo. Ognuno come può, come sa, come crede, come gli piace, come gli conviene. Insomma, siamo tutti artisti, attivi o passivi; produttori o consumatori di artifici, di artificiose identità. Non sono tutte uguali, per fortuna. Possiamo arbitrariamente distinguerle per qualità. Ce ne sono di infima, di mediocre e di eccelsa qualità. Gli onesti ne decidono la qualità secondo il proprio gusto; i disonesti, secondo il proprio calcolo. Se guardassimo alla vita, in silenzio, spoglia di qualsiasi artificio, ci trasformeremmo in statue di pietra, per il pietrificante stupore.

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    • GianniM

      16 Novembre 2017 - 08:08

      L'arte è universale in quanto capace di darci una chiave di lettura - filtrata dalla sensibilità e dalla cultura dell'autore - della vita. Quando diventa espressionismo autoreferenziale, allora sì "ognuno è artista": cioè nessuno è artista, nessuno ha la capacità di comunicare qualcosa di significativo per gli altri, e con "arte" definiamo un guscio vuoto.

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      • strambo

        21 Novembre 2017 - 08:08

        Te ne sei accorto? Anche tu nel tuo commento hai prodotto delle identità, definizioni che identificano. Spero, nonostante il tono assoluto della tua scrittura, che tu non presuma che le tue identità siano assolutamente vere. Tutte le identità sono arbitrariamente vere. Ovvero, ognuno, anche senza accorgersene, produce una sua verità. Nessuno fa eccezione. L’unico che potrebbe fare eccezione è Dio. Grazie a Dio, Dio tace. Per noi, sarebbe un vero disastro sapere la verità assoluta. Sarebbe la fine: la morte di tutte le umane e vitali passioni. Può scatenare, se non un disastro, una tragedia, qualcuno che pretenda di saper la verità assoluta e di volerla imporre a tutti gli altri, e anche a Dio, all’Assoluto Altro. Per evitare queste umane tragedie, bisognerebbe sempre tenere uno spiraglio aperto sull’oltre, all’altro, all’assente. Basterebbe pensare che un giorno anche noi ci assenteremo, oltrepasseremo la soglia, ci scioglieremo da tutti i nodi, saremo assolutamente altro.

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    • odradek

      odradek

      15 Novembre 2017 - 14:02

      Fosse possibile apporre un semplice segno di approvazione (i famigerati "likes") l'avrei fatto. Non ho avuto altra opzione che usare l spazio dl commento per sottoscrivere ilsenso e il tono del Suo, affatto strambo, signor Strambo. La necessità di reiterare l'abusato meccanismo para-logico che "sostiene" tutti i pezzi pubblicati dal Langone in alcune occasioni, più che in altre, palesa l'inconsistenza della pseudo argomentazione. L'obbligo di tirare in ballo ogni sorta di inadeguato e fuorviante nesso con dottrina e sacramenti, come nel caso della confessione qui sopra, rsulta a volte addirittura irritante. Se è comprensibile il fastidio generato dalla canea "giornalistica" sugli eventi oggetto del pezzo, è nefasta la natura del medesimo. Ma ormai il cliché non consente altro che la ripetizione. Boh.

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  • agostinomanzi

    15 Novembre 2017 - 11:11

    Sì, credo che il cinema vero (= per cui posso uscire di casa e pagare il prezzo del biglietto e del parcheggio) sia quello che lascia vedere il trasudato dietro lo schermo (oltre il film proiettato) come un uomo è qualcosa che intuisco oltre quello che che dice o mostra di essere. Fitzcarraldo, per esempio. Ma, senza avere il suo stesso anelito religioso, qualche autore che faccia trapelare non solo vita senza noia ma anche un pensiero sulla vita? Chiedo troppo se anelo a vedere un nuovo film di Tarkovskji o di Kieslovskij? Dove immagino un uomo dedito a riflettere, oltre che a trombare, dietro la macchina da presa?

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