Il linguaggio “scorretto" di Guido Piovene

Lo scrittore faceva parte dell'élite. All’epoca in cui le élite (vedi Churchill, vedi l’avvocato Agnelli) si esprimevano francamente

Piovene e l'arte di dire quel che si pensa

Guido Piovene (foto LaPresse)

Rileggo il “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, ripubblicato da Bompiani, e noto che l’autore per dire negri scrive proprio negri. La parola ormai proibita compare sei volte e quasi sempre in chiave negativa come a Siracusa: “Allo sbarco degli alleati la fonte Aretusa subì forse il maggiore oltraggio della sua storia, quando i reparti negri si servirono di quelle acque per lavarsi i piedi”. Poi ci ricorda che genovesi, biellesi, lucchesi, ebrei sono campioni di taccagneria. Non esistevano i social, uno scrittore non doveva temere ondate di indignazione. Esempio ulteriore: gli abitanti dei Sassi di Matera vengono tranquillamente definiti una “adunanza di semicavernicoli”. Piovene più che elitista era elitario, in modo del tutto naturale perché della élite faceva parte fin dalla nascita. All’epoca in cui le élite (vedi Churchill, vedi l’avvocato Agnelli) si esprimevano francamente, il che, siccome la verità rende liberi, costituiva un vantaggio per tutti, semicavernicoli compresi. Oggi che nessuno, per quanto ricco e potente (soprattutto se ricco e potente), può permettersi di dire ciò che pensa, verità e conseguente libertà non si sa più bene dove trovarle. Venga accolto il mio suggerimento: nei vecchi libri.

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