Il rosario di fallimenti degli chef stellati italiani

Sfoglio le nuove guide dei ristoranti e sbadiglio e mi viene voglia di mangiare a casa. Leggo “Il crepuscolo degli chef” di Davide Paolini (Longanesi) e capisco che sono maschere televisive, esterofili che all’estero non interessano, imprenditorialmente inetti.
Il rosario di fallimenti degli chef stellati italiani

Foto LaPresse

Sfoglio le nuove guide dei ristoranti e sbadiglio e mi viene voglia di mangiare a casa. Poi leggo “Il crepuscolo degli chef” di Davide Paolini (Longanesi). Secondo il gastronomo romagnolo i cuochi italiani, o almeno i cuochi famosi e quelli che vorrebbero esserlo, sono solipsisti superficiali, vanesi senza sostanza, dediti a ricette che nessuno è in grado di riprodurre anziché a ingredienti che molti potrebbero comprare (dando così una mano ai produttori). Sono maschere televisive, esterofili che all’estero non interessano, imprenditorialmente inetti (“Nella storia italiana della ristorazione non c'è stato alcun caso di chef premiato con due o tre stelle che sia riuscito a creare nuovi format che riproducessero l'originale così come invece hanno fatto chef quali i francesi Alain Ducasse e Joel Robuchon, gli inglesi Gordon Ramsay e Heston Blumenthal…”). Sono creativoidi i cui piatti sembrano fatti per essere fotografati e non per essere mangiati, sconsiderati che lavorano per la critica (specie Michelin) e non per i clienti, e per giunta perseguitati da “un sistema burocratico-sanitario che punisce la ristorazione più che in ogni altro Paese comunitario”. Ovvio che l'alta ristorazione sia un rosario di fallimenti e chiusure mentre avanzano le bruschetterie, le kebabberie, i locali all you can eat. Chiudo il libro di Paolini e riapro le nuove guide per prenotare un ristorante di livello. Non perché mi è venuta voglia: per compassione.

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