Giampiero Mughini, fabbro dell'italiano

Oggi è l’unico autore che leggo e rileggo anche quando gli argomenti sono di mio assoluto disinteresse.
Giampiero Mughini, fabbro dell'italiano

Giampiero Mughini (foto LaPresse)

Oggi è l’unico autore che leggo e rileggo anche quando gli argomenti sono di mio assoluto disinteresse. Perché oggi è lui, Giampiero Mughini, il miglior fabbro. Mi interessano i cataloghi delle librerie antiquarie? Certo che no, odio la polvere. E i volantini originali delle Br? Dio me ne scampi e liberi. Le litolatte dei futuristi? D’Annunzio considerava Marinetti un cretino, io ne penso pure peggio. L’ultimo titolo dell’inarrivabile maestro di stile, “La stanza dei libri” (Bompiani), è centrato sulla bibliofilia, tema appena più avvincente della filatelia, mentre l’epilogo, chissà perché, è dedicato alla ginnastica artistica. Di più noioso della ginnastica artistica mi risulta esserci solo il salto triplo eppure ho letto anche il capitolo su Cassina, campione della sbarra. Un tempo leggevo Brera non per il calcio ma per gustare dialettismi e neologismi, adesso mi inoltro in Mughini non per il collezionismo librario ma per godere di gustosi arcaismi, francesismi come il superlativo con doppio articolo (“la vulgata antifascista la più puerile”), locuzioni personalissime, strani passati remoti, ipnotici giri di frase, accezioni incredibili. Si prenda una qualsiasi pagina di Mughini e la si ficchi nelle antologie per mostrare alle nuove generazioni come l’italiano si possa scaldare, martellare, curvare, e strappare alla ruggine.

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