La Capannina, macchina del tempo

Ringrazio gli amici che mi hanno trascinato alla Capannina, un posto che forse aveva un senso frequentare negli anni Ottanta, pensavo scuotendo la testa mentre mi ci portavano, non certo nei Dieci.
La Capannina, macchina del tempo
Ringrazio gli amici che mi hanno trascinato alla Capannina, un posto che forse aveva un senso frequentare negli anni Ottanta, pensavo scuotendo la testa mentre mi ci portavano, non certo nei Dieci. Ho potuto così vedere per la prima volta il locale cantato da Arbasino (nel 1957!) e poi da Parise, Vanzina, Nesi, e oggi un po’macchina del tempo e un po’ riserva indiana. Macchina del tempo perché più che discoteca è un dancing visto che parte della serata è animata, anziché da un dj, da un gruppo che suona dal vivo: commovente, ostinato umanesimo versiliese. E perché le tovaglie della balconata sembrano dell’epoca in cui Jerry Calà era giovane, e le sedie di quando era giovane Ray Charles. Riserva indiana perché affollata di giovani (giovani davvero: ventenni) che non esibiscono tatuaggi né anelli al naso bensì, i ragazzi, ben stirate camicie azzurre, e, le ragazze, femminili eppure ragionevoli abitini. Dunque giovani antichi che ballano sulla stessa pista dei loro genitori se non dei loro nonni. Richard Millet ha parlato del “rifiuto di ereditare tipico di tutte le barbarie”: ringrazio gli amici che mi hanno mostrato gli ultimi giovani civili.

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