Contro la cultura della comodità

Basta dunque infilarsi le braghe corte, pranzare soli davanti al televisore, la domenica non andare a messa bensì al centro commerciale, per smettere di essere soggetti culturali e diventare oggetti statistici?
Contro la cultura della comodità

Terremoto, la chiesa distrutta ad Amatrice (foto LaPresse)

Ringrazio l’estate che mi consente di leggere libri vecchi (mentre le altre stagioni mi tartassano di non sempre meritevoli libri nuovi). Ringrazio l’estate 2016 per avermi consentito di finire un libro del 2010, un volume un po’ troppo grosso di Kenneth Minogue, “La mente servile. La vita morale nell’era della democrazia” (IBL Libri). A un certo punto l’economista australiano parla di qualcosa che definisce “cultura della comodità”: “Ne troviamo esempi nel carattere sempre più informale dell’abbigliamento, nei supermercati sempre aperti e nel declino dei rituali, dai pranzi in famiglia alla frequentazione delle chiese. Tali rituali sono forme di disciplina che generano identità. E’ in questo senso che la cultura di una facile comodità favorisce lo sviluppo di una mente servile”.

 

Basta dunque infilarsi le braghe corte, pranzare soli davanti al televisore, la domenica non andare a messa bensì al centro commerciale, per smettere di essere soggetti culturali e diventare oggetti statistici? Secondo Minogue e secondo me, sì. Basta anche (e qui vengo all’attualità) non partecipare ai funerali e ai lutti.

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