C'è un problema di emozioni in Francesco De Gregori

Pretendo troppo dai miei maestri, pretendo troppo dal cantautore e quindi da “Passo d’uomo”, il suo libro-intervista pubblicato da Laterza. Dovrebbero bastarmi e avanzarmi l’aria da principe scettico, da vecchio signore conservatore, il disprezzo per Sandro Pertini, la fierezza nel portare il nome dello zio partigiano cattolico assassinato.
C'è un problema di emozioni in Francesco De Gregori

Francesco De Gregori (foto LaPresse)

Pretendo troppo dai miei maestri, pretendo troppo da Francesco De Gregori e quindi da “Passo d’uomo”, il suo libro-intervista pubblicato da Laterza. Dovrebbero bastarmi e avanzarmi l’aria da principe scettico, da vecchio signore conservatore, il disprezzo per Sandro Pertini, la fierezza nel portare il nome dello zio partigiano cattolico assassinato (com’era d’uso) dai partigiani comunisti, l’amore per Céline, Campana, Zeichen, e certe frasi perfettamente tornite: “Sono uno che in questa vita si muove a passo d’uomo e non secondo le magnifiche sorti e progressive”. Ma purtroppo pretendo che un autore di canzoni dal lessico curatissimo non pronunci mai la parola “emozione”, che nel libro invece appare spesso.

 

Un’emozione, aveva ragione Anna Oxa, è qualcosa da poco. L’ascolto di “Rimmel”, “Il signor Hood”, “Santa Lucia”, “La leva calcistica del ’68”, mi coinvolge oggi perfino più di ieri e dunque non riguarda l’emozione bensì il sentimento, non una reazione contingente ma un anticipo di eterno. A chi sogna “sia dolce anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine” non serve un’emozione, serve una canzone infinita come una preghiera.

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