Sulla Libia si impari il “divide et impera” dei romani

Non si impari dai francesi, che del disastro libico sono i primi colpevoli. Non si impari dagli americani, che tendono sempre a rifare il Vietnam. Non si impari dai tedeschi: anche la volpe Rommel finì in pellicceria. Si impari dagli antichi romani e quindi si pratichi il “divide et impera”. Si divi

Non si impari dai francesi, che del disastro libico sono i primi colpevoli. Non si impari dagli americani, che tendono sempre a rifare il Vietnam. Non si impari dai tedeschi: anche la volpe Rommel finì in pellicceria. Si impari dagli antichi romani e quindi si pratichi il “divide et impera”. Si divida la Tripolitania dalla Cirenaica e soprattutto gli arabi dai berberi, gli autoctoni colonizzati, umiliati nel settimo secolo dai maomettani venuti dall’Asia. Si divida il più possibile l’islam, si esaltino gli ibaditi, che grazie a Dio credono nel Corano come i cristiani europei credono nella Bibbia. Si valorizzino l’influsso greco (Carneade e Callimaco), la presenza latina (Apuleio e Settimio Severo), l’elemento ebraico (Herbert Pagani, David Zard, Giorgio Ortona), l’emigrazione italiana (Vittorio Veltroni, Rossana Podestà, Franco Califano, Mario Schifano, Claudio Gentile…). Si faccia della Libia non uno stato unitario bensì un mosaico, affinché l’esito non somigli alla ritirata descritta da Berto in “Guerra in camicia nera” bensì al ritornello cantato dall’ultima italiana di Tripoli, Valeria Rossi: “Sole, cuore, amore”.

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