L’elogio del vino di Sting fa venire voglia di gin tonic

Uno cerca consolazione nel vino e nel vino trova nuovi motivi di sconforto. L’elogio del vino di Sting apparso sul Corriere fa venire voglia di gin tonic, che almeno è un bere onesto, non fingendo un radicamento territoriale che non possiede. Il cantante inglese viene monumentato per via della sua p

Uno cerca consolazione nel vino e nel vino trova nuovi motivi di sconforto. L’elogio del vino di Sting apparso sul Corriere fa venire voglia di gin tonic, che almeno è un bere onesto, non fingendo un radicamento territoriale che non possiede. Il cantante inglese viene monumentato per via della sua pretesa lealtà enologica verso l’Italia. Eccola. Quando lui e Trudie si sono sposati hanno brindato con un bianco umbro: poi leggi ed era uno Chardonnay. Adesso preferisce un bianco goriziano: leggi ancora ed è un Sauvignon. Il suo rosso preferito lo produce lui stesso in Toscana: nome inglese, Sister Moon, enologo di origine irlandese, Daniel O’Donnell, uve di nuovo francesi, Merlot e Cabernet. Questo vino (buono o cattivo non so, non mi interessa, non cambia nulla) rappresenta l’enologia italiana come la Coca-Cola imbottigliata nell’impianto di Nogara (Verona) rappresenta il bere veneto, come il Demir Kebab di Torino rappresenta la cucina piemontese. Sebbene con qualche anno di ritardo, Metternich ha vinto: davvero l’Italia è ormai solo un’espressione geografica, un mero contenitore, una colonia inerte dove un giornalista che risponda “Sì, buana” si trova sempre.

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