Contro la moda da scemi del vino biologico

Per non parlare sempre della crisi mimetica di cui tutti parlano (anche se nessuno la chiama in questo modo: siccome nessuno ha letto René Girard tutti la chiamano “unioni civili”), oggi parlo di una crisi mimetica ancora priva di commentatori: quella del vino biologico. Eppure è sotto gli occhi di

Per non parlare sempre della crisi mimetica di cui tutti parlano (anche se nessuno la chiama in questo modo: siccome nessuno ha letto René Girard tutti la chiamano “unioni civili”), oggi parlo di una crisi mimetica ancora priva di commentatori: quella del vino biologico. Eppure è sotto gli occhi di chiunque non sia astemio. Da Bologna a Bassano, nei ristoranti raffinati così come nelle osterie alla buona, su tutte le carte e su tutte le lavagne negli ultimi giorni ho visto il bio travolgere ogni argine, conquistare ogni spazio. Fino a ieri i vini bio erano una sezione, adesso sono un’invasione e le bottiglie i cui produttori non hanno la faccia tosta di definirsi biologici vanno cercate col lanternino. Bio è il nuovo Dio. Impossibile confutare il culto vincente con argomenti razionali, inutile ricordare che per il sommo trebbianista Valentini “il vino naturale è l’aceto”, vano spiegare che il bio è a volte una truffa, spesso un’idiozia e sempre una bestemmia. Bisognerebbe che l’interlocutore possedesse qualche nozione di teologia o di agronomia o di enologia, o anche solo un pizzico di buon senso... Prego che i pochi produttori di vini non certificati resistano al contagio mimetico, a questa moda da scimmie e da scemi.

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