La paternità come eroismo

“Il matrimonio era roba del passato, un vizio che ci saremmo dovuti lasciare tutti alle spalle, come l’abitudine a fumare sui treni o al tavolo del ristorante”. Sta parlando il protagonista dell’ultimo romanzo di Enrico Brizzi, “Il matrimonio di mio fratello” (Mondadori), titolo avatiano, foliazione

“Il matrimonio era roba del passato, un vizio che ci saremmo dovuti lasciare tutti alle spalle, come l’abitudine a fumare sui treni o al tavolo del ristorante”. Sta parlando il protagonista dell’ultimo romanzo di Enrico Brizzi, “Il matrimonio di mio fratello” (Mondadori), titolo avatiano, foliazione proustiana (497 pagine, troppe) e lingua brizziana quindi, non da oggi, uno dei migliori italiani scritti. Brizzi racconta del “girone infernale” in cui vivono “i separati in casa, i separati messi alla porta dalle mogli, i divorziati condannati a pagare per tutta la vita, un mese alla volta, la propria leggerezza” e sembra di sentire l’avvocato antidivorzista Massimiliano Fiorin, un altro bolognese indispensabile. “Della famiglia d’un tempo non restava altro che un simulacro buono per i musei. Ormai, in ogni città del Paese, c’era un giudice in agguato dietro l’angolo come un assassino, pronto a supportare le ragioni delle donne contro gli uomini”. Il matrimonio sta morendo e intorno al suo capezzale, anziché medici e infermieri per tentare un’ultima terapia, svolazzano gli avvoltoi di Sodoma. Meno male che in extremis il disilluso protagonista incontra Gaia e dentro gli scatta qualcosa: “Sarebbe bellissimo mettere al mondo dei figli insieme a lei. Oltre a un padre e a una madre, troverebbero su questa Terra nonni, zii e cugini pronti ad amarli. Ognuno a modo suo, da testimone ed eroe”. Lode allo scrittore epicizzante che mostra la paternità come eroismo: la grandezza contro la quale politici nani instancabilmente scagliano le loro leggi spermicide.

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