Onore al Duca

Noi rocker monarchici piangiamo l’aristocratico decadente, ariano e viscontiano “for ever and ever”

Se consideri le colpe, Signore, chi potrà sussistere?”. Ma considerando i meriti, chi più di David Jones? Noi rocker monarchici piangiamo il Duca Bianco, la più strepitosa incarnazione bowiana, altro che Ziggy Stardust. Della vita su Marte non ce ne poteva fregare di meno: noi adoravamo l’aristocratico decadente, ariano, viscontiano. Erano anni in cui Bowie faceva dichiarazioni nazistoidi che poi vennero catalogate alla voce cocaina. Ma la droga così come il vino svela il contenuto del cuore, io nemmeno facessi un tiro lungo un metro mi metterei a elogiare il referendum del 2 giugno 1946 e la costituzione repubblicana. Erano anni in cui Bowie dipingeva ritratti di Mishima e basta questo a rendere superflua la decifrazione del gesto compiuto a Victoria Station nel 1976: saluto romano o cosa? Erano anni in cui la monarchia era uscita dalla mente delle giovani generazioni, ci volle “Heroes” per rimetterne in circolazione il sogno: “I, I will be King / and you, you will be Queen”.

 

La trilogia berlinese, “Low”, “Lodger” e appunto “Heroes”, contiene una immortale collezione di suoni elitisti e canzoni sottilmente anticomuniste (c’era ancora il Muro). Poi Bowie, alla maniera di Baudelaire che scelse come musa la mulatta Jeanne Duval, sposò una principessa somala, di quella razza che l’Enciclopedia Treccani del 1935 definiva “forma di contatto fra il ramo negrida e l’europida” e “stato di armonizzazione perfetta: statura altissima, forme svelte, viso lungo con naso bene rilevato”. Solo pochi mesi fa, quasi settantenne, ha pubblicato un disco in cui compaiono il miglior batterista del momento, Mark Guiliana, e il sax stellare di Donny McCaslin: musica superba, difficile, per il gusto di essere dandy fino alla fine. Ha scritto Allan Bloom che “il disprezzo per l’eroico è un’estensione del pervertimento del principio democratico che nega la grandezza”: dunque onore a Bowie, “for ever and ever”.

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