Perché la morte è una scuola di serietà

Sono sempre più attento alle lezioni della morte, maestra di vita. Partecipo ai funerali di Mamma Rina e se mi lasciassi andare piangerei dall’inizio alla fine.

Sono sempre più attento alle lezioni della morte, maestra di vita. Partecipo ai funerali di Mamma Rina e se mi lasciassi andare piangerei dall’inizio alla fine, e non solo per il ricordo di certe notti di Ro Ferrarese vissute nell’incredibile flusso artistico-esistenziale che è lo sgarbismo, non solo perché sanciscono lo spegnersi di un focolare della storia culturale d’Italia. Vado al cimitero della Villetta a trovare i nonni e anche lì devo trattenermi, e non solo per loro e per il nipote che fui, non solo per le lapidi nei vialetti, per i morti da giovani che mi fanno stare male, per i morti da vecchi che si sono portati nella tomba interi mondi, anche onomastici (estinti per sempre i nomi Amilcare, Onesto, Modestina…). Leggo delle tre architette nichiliste che hanno ideato il bosco-cimitero con le urne biodegradabili contenenti ceneri di uomini ridotti a concime, e vorrei versare lacrime di rabbia. I panteisti, in Italia ormai maggioranza come prova il boom della cremazione, disertano le lezioni della morte e un popolo senza novembre, un popolo che non prende sul serio la morte, è un volgo fatuo destinato a essere disperso così come disperde i resti dei suoi defunti. La morte è una scuola di serietà: sia obbligatoria la frequenza.

 

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