Dare a Cesare quel che è di Cesare

Dare a Cesare quel che è di Cesare, va bene, o benino, ma Cesare il tributo si sforzi di chiederlo in italiano. Per un italiano è sconfortante sapere che Rai e cinema, grazie a canone in bolletta e legge di cosiddetta stabilità, stanno per gonfiarsi nuovamente di tasse come le zecche di sangue. Oltr
Dare a Cesare quel che è di Cesare, va bene, o benino, ma Cesare il tributo si sforzi di chiederlo in italiano. Per un italiano è sconfortante sapere che Rai e cinema, grazie a canone in bolletta e legge di cosiddetta stabilità, stanno per gonfiarsi nuovamente di tasse come le zecche di sangue. Oltre che per motivi fiscali, per motivi linguistici: la Rai e il cinema italiano non parlano italiano, parlano romano. Che non è latino (magari), è proprio romano, la lingua di Suburra, la lingua dei centurioni che depredano i turisti davanti al Colosseo, la lingua dei tassisti che fingono di non conoscere la città per farti fare giri dispendiosi (uno finse con me di non sapere dove si trova piazza del Gesù, che Uber lo fulmini), la lingua degli albergatori che bestemmiano e dei ristoratori che impongono i doppi turni, la lingua degli attori e dei conduttori quasi tutti. A chi vive entro i confini della regione Lazio questo fatto è sconosciuto siccome ogni scarrafone è bello a mamma sua. A chi vive sopra la linea Senigallia-Orbetello l’audio di certi programmi è come un’unghia sulla lavagna (infatti molti programmi Rai hanno al Sud ascolti doppi rispetto al Nord). Io, che sono un ragazzo sensibile, se per sbaglio passo davanti a uno schermo acceso e sento parlare Amendola o Brignano o Favino o Insinna vengo preso da istinti suicidi perché capisco che nel mondo per me non c’è posto. Dare a Cesare quel che è di Cesare, va bene, o benino, ma che costoro facciano almeno, come si usava un tempo, corsi di dizione: Bruno Pizzul le telecronache mica le faceva in friulano.

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