Se solo sapessi scrivere agli italiani

Sapessi anch’io scrivere agli italiani come Marcello Veneziani, autore di “Lettera agli italiani” (Marsilio). Sinceramente invidio chi è capace di rivolgersi a un popolo di semianalfabeti e non intendo i politici (i politici sono solo da compatire) ma gli scrittori, i conduttori televisivi, i cantan
Sapessi anch’io scrivere agli italiani come Marcello Veneziani, autore di “Lettera agli italiani” (Marsilio). Sinceramente invidio chi è capace di rivolgersi a un popolo di semianalfabeti e non intendo i politici (i politici sono solo da compatire) ma gli scrittori, i conduttori televisivi, i cantanti, i registi che sanno parlare al grande pubblico. La mia è una platea sparuta, scrivendo ai simili e ai fratelli posso sperare di raggiungere soltanto chi: 1) possiede un tabarro; 2) beve Lambrusco o, mancando Lambrusco, Negroni; 3) va a caccia o almeno a pesca, funghi, tartufi; 4) si inginocchia durante la consacrazione; 5) pronuncerebbe le parole “ok” e “gay” solo sotto tortura; 6) fuma nostrani del Brenta; 7) mangia molta carne di cavallo o, mancando il cavallo, di maiale; 8) ama Orazio o Petrarca, D’Annunzio o Zanzotto. Nessun altro. E quindi pochissimi. Mentre Veneziani azzarda una speranza di dimensione addirittura nazionale: “La riassumo in una parola chiave: sovranità”. Sognando “un movimento fresco, che parta da pochi, un’idea che si trasmette come una scossa elettrica per svegliare gli italiani dalla rassegnata depressione”. Io nemmeno quando sono arrivato al fondo di una magnum riesco a immaginare fresco ed elettrico qualcosa di italiano: rassegnato e depresso che non sono altro.

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