Lo si prenda sul serio, “Gli sbafatori”, oppure no

Piccolo romanzo houellebecquiano e oraziano che della nostra epoca di edonismo finto e immigrazionismo vero non è la fotografia, è di più, è la tomografia assiale.
Lo si prenda sul serio, “Gli sbafatori” di Camilla Baresani (Mondadori Electa), piccolo romanzo houellebecquiano e oraziano che della nostra epoca di edonismo finto e immigrazionismo vero non è la fotografia, è di più, è la tomografia assiale. Oppure no, non lo si prenda sul serio, si eviti di riconoscere la fine del giornalismo enogastronomico e del giornalismo in generale e dell'Italia tutta, per evitare di dimettersi da rubriche e cittadinanze. Terza possibilità: prenderlo sul serio a metà, fingere che “Gli sbafatori” non riguardi la nazione ma solo la ristorazione e il demi-monde che la circonda. Si colga dunque la critica alla cucina cosiddetta creativa: “Nulla è più sfiancante dell’innovazione che non riesce a diventare classico”. (Grazie Camilla per avere perfettamente formulato ciò che mi trattiene dal tornare dagli Alajmo e da Bottura, da Cedroni, Liuzzi, Scabin...). E si faccia tesoro del giudizio sui menù di mille portatine e cazzatine, che nemmeno la protagonista, pur complice e sciocca, sopporta più, preferendo il pranzo domenicale e tradizionale in famiglia durante il quale avventarsi “sui celebri casoncelli alle erbe di sua madre (la vita di Rosa ormai era fatta di finger food e assaggini, mai di un solo piatto veramente buono, da prendere due o tre volte fino alla sazietà totale)”. Lo si prenda come si vuole, “Gli sbafatori”, ma lo si prenda.

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