In memoria di Salvatore Mangione

Era il più reazionario dei pittori italiani. Era nato povero nella Sicilia più povera, a Leonforte, e si chiamava Salvatore Mangione ma siccome viveva, figlio di emigranti, nella Torino dei cartelli “Non si affitta a meridionali”, per depistare i sabaudi si faceva chiamare soltanto Salvo.
Era il più reazionario dei pittori italiani. Era nato povero nella Sicilia più povera, a Leonforte, e si chiamava Salvatore Mangione ma siccome viveva, figlio di emigranti, nella Torino dei cartelli “Non si affitta a meridionali”, per depistare i sabaudi si faceva chiamare soltanto Salvo. Nel 1973 era già un nome della cosiddetta arte povera, ambiente plumbeo, punitivo, dove “dipingere un fiore era più scandaloso che fare pipì in mezzo alla galleria”. Per reazione si mise a pennellare quadri coloratissimi indignando le beghine dell'artisticamente corretto, ad esempio Gillo Dorfles. Lo accusarono di tradimento addirittura politico: “Erano tutti di sinistra come del resto lo ero stato anch'io, e ci voleva poco a dire quello è fascista, è di destra”. Nel loro storto modo le beghine avevano ragione: la realtà, che in arte è rappresentata dal figurativo, è realista, non utopista. Colpo di coda del conformismo iconoclasta è stato il biforcuto coccodrillo di Marco Vallora, apparso sulla Stampa: glissando malevolmente su 42 anni di grande pittura sembrava, leggendolo, che Salvo anziché l'altro giorno fosse morto proprio nel 1973. Nonostante le beghine Salvo ebbe successo, i suoi paesaggi archetipici e ludici sono andati a ruba per decenni soddisfacendo bisogni profondissimi, pre-intellettuali, di serenità e bellezza. Si pianga un artista il cui insegnamento va oltre l'arte: anche nei contesti più ostili è possibile una reazione umana, una resistenza felice al nichilismo dominante.

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