Gadda, Parise e quella sana volontà di fregarsene della politica

Riuscissi a seguire le orme di Gadda e Parise, gli impolitici della letteratura italiana del Novecento. Leggo il loro carteggio pubblicato da Adelphi (“Se mi vede Cecchi, sono fritto”) e ne ammiro la distanza dagli affari pubblici.
Riuscissi a seguire le orme di Gadda e Parise, gli impolitici della letteratura italiana del Novecento. Leggo il loro carteggio pubblicato da Adelphi (“Se mi vede Cecchi, sono fritto”) e ne ammiro la distanza dagli affari pubblici. Dei ludi cartacei Gadda un po’ si preoccupava, ma giustamente solo in privato, mentre Parise se ne fregava altamente: non votò mai. Negli anni Sessanta il gran lombardo temette il centrosinistra ma non ne scrisse sui giornali, si limitò a far criticare a un suo personaggio “la sottile estorsione degli altruisti (che così appunto si chiamano perciocché intendono beneficare gli altri con le palanche degli altri)”. Il valoroso veneto le sue opinioni sul ’68 le espresse non prima del ’78: “Per aver viaggiato, per essere stato in Cina, in Vietnam, ma non solo, per essere della razza degli indipendenti, intuivo, capivo, vedevo che era una fregnaccia”. Non si possono scrivere grandi libri se si perdono le giornate a leggere e commentare le dichiarazioni di Salvini e Galantino, Renzi e Alfano.

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