Le parole dell'amore

L’intervista del grande albergatore Rocco Forte al Corriere ha un poco alleviato la mia solitudine: “Noto che si usa l’orribile parola partner, quando si parla di sentimenti: nei Paesi anglosassoni indica un socio in affari”. Credevo di essere l’unico a rattristarmi per un termine che dice il degrad
L’intervista del grande albergatore Rocco Forte al Corriere ha un poco alleviato la mia solitudine: “Noto che si usa l’orribile parola partner, quando si parla di sentimenti: nei Paesi anglosassoni indica un socio in affari”. Credevo di essere l’unico a rattristarmi per un termine che dice il degrado dell’amore a materia per avvocati e commercialisti (a cosa servivano i preti? A tenere avvocati e commercialisti lontani dall’amore, diamine!). E allora quali parole usare? Gli sposati vengano chiamati appunto sposi, o coniugi, che ricorda il congiungimento carnale, o consorti, che rende l’idea della condivisione nel bene e nel male e quindi il valore anche sociale del matrimonio indissolubile (il matrimonio dissolubile, per intenderci quello degli atei e degli ipocredenti, socialmente vale zero perché appena le cose vanno male il coniuge debole diventa un problema sociale e quindi un costo per il contribuente). La parola marito e la parola moglie? Temo non abbiano speranza, mi sembra che la loro estinzione perfino preceda quella del matrimonio. I non sposati, in luogo della squallida, perché ieri comunista o scolastica e oggi generica e antierotica, parola compagni, se giovani vengano chiamati morosi o fidanzati, oppure, se hanno superato i trenta-quarant’anni, amanti, che a dispetto di obsolete e malevole accezioni è una parola bellissima significando “coloro che amano”. (Io se i due convivono spesso li chiamo concubini, purtroppo suscitando ilarità anziché desiderio di dare una forma alla propria unione).

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