Con Mura non vado d'accordo ma condivido la sua guida

Ditelo in italiano, anche al ristorante. Con Gianni Mura non vado troppo d’accordo, siamo entrambi conservatori ma lui di tipo proustiano (rimpiange i sapori della giovinezza), io di tipo giussaniano (combatto per eternare cose che mi trascendono).

Ditelo in italiano, anche al ristorante. Con Gianni Mura non vado troppo d’accordo, siamo entrambi conservatori ma lui di tipo proustiano (rimpiange i sapori della giovinezza), io di tipo giussaniano (combatto per eternare cose che mi trascendono). Però leggendo “Non c’è gusto” (Minimum Fax), la sua guida per scegliere il ristorante senza guide (né di carta né digitali), scopro che condividiamo la severità circa l’italiano. “Se nel sito di un ristorante trovo termini come location, happy hour, trendy, lo boccio a priori. Non parliamo la stessa lingua, non possiamo avere lo stesso palato”. Non tolleriamo la sciatteria dei menù: “Errori gravissimi. Il più comune: fois gras. Come posso pensare che tu sappia lavorare il foie gras quando nemmeno sai come si scrive?”. Ci infastidisce l’articolo prima del piatto: “Esempio: la tartare di tonno, gli agnolotti al sugo d’arrosto, il rombo chiodato al forno... Cambierebbe qualcosa levando l’articolo? Nella sostanza no. Nella pomposità sì. L’articolo arriva dalla Francia”. E gli aggettivi “rivisitato”,  “destrutturato”, “creativo” ci chiudono lo stomaco. Abbiamo ambedue gusti semplici: “Salumi, formaggi, uova e vino rosso”. Accontentateci.

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