Che siano i poeti a commentare le elezioni

Possibilmente da Giacomo Leopardi e se non è reperibile dal suo portavoce Raoul Bruni, autore di “Da un luogo alto.
La prossima volta le elezioni vengano commentate non da politici e politologi bensì da poeti. Possibilmente da Giacomo Leopardi e se non è reperibile dal suo portavoce Raoul Bruni, autore di “Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo” (Le Lettere), contenente uno studio sui Paralipomeni della Batracomiomachia. Bruni innanzitutto smonta la partigiana teoria di Walter Binni, Riccardo Bonavita, Liana Cellerino, tutti invariabilmente comunisti, secondo i quali il Leopardi satirico ce l'aveva più coi clericali che coi liberali, più coi reazionari che coi progressisti. Errore: ce l'aveva allo stesso modo con tutti. E ce l'aveva con le elezioni, di cui stigmatizzava “le pratiche, i maneggi”. Sapeva benissimo che gli italiani sono senza onore perciò da sempre e per sempre dediti ai brogli. Avrebbe potuto commentare quanto accaduto nei seggi vicini al suo ultimo domicilio e quindi nella deluchiana Campania: i voti comprati a Ercolano, i voti fotografati a Cardito, l'abnorme numero di schede nulle... Sono cose che interessano poco, giusto qualche trafiletto il giorno dopo e poi più nulla. Si dà per scontato che prevalgano i candidati più spregiudicati, i rappresentanti di lista più prepotenti: il galateo elettorale impone di non insistere sull'argomento e chi osa farlo viene accusato di non saper perdere. Ci vorrebbe un grande poeta per spiegare al popolo sovrano “le discordie, il romor, le fazioni / che sogliono accader quando le greggi / procedono a sì fatte elezioni”.

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