La crisi del cristianesimo è in macelleria

Lo storico della cucina Alberto Capatti tutto mi sembra tranne che un mistico, dubito sia cattolico.
Lo storico della cucina Alberto Capatti tutto mi sembra tranne che un mistico, dubito sia cattolico e certamente non è di destra (per criticare Carlo Petrini lo definisce conservatore). Ma è uno studioso che studia, un osservatore che osserva, e questo, nel paese dei ciechi, basta. Negli ultimi capitoli della sua “Storia della cucina italiana” (Guido Tommasi Editore), i più prossimi alla cronaca, usa ostentatamente un lessico religioso perché sempre più religioso è il modo di mangiare degli italiani senza più religione. Descrive i nuovi tabù (“Ci accorgiamo appena dei divieti che imponiamo in continuazione”), le nuove sette (“Analogie fra credenti, contadini, pescatori e soci di Slow Food”), un nuovo paganesimo (“Si invoca la madre terra o la terra madre”). E ovviamente i nuovi sacerdoti: “Rappresentanti di Dio in terra, Carlo Petrini ed Enzo Bianchi, tutto il sapere accumulato sarà loro ascritto e la definizione stessa di biodiversità, come certi concetti in materia di fede, apparirà estensibile a una nuova visione del sistema alimentare”. Sia lodato Capatti che senza volerlo conferma il mio percepire la crisi del cristianesimo, peculiarmente onnivoristico (Marco 7,19), più che nelle chiese semivuote nelle macellerie disertate. Che lo si sappia o no, mangiare è un atto religioso.

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