Grasso, Busi e la borghesia

Non scriverò dell’ultimo libro di Aldo Busi perché Busi è uno che querela. Se ne scrivessi sarei tentato di smussare il giudizio, quindi adotto il metodo Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.
Non scriverò dell’ultimo libro di Aldo Busi perché Busi è uno che querela. Se ne scrivessi sarei tentato di smussare il giudizio, quindi adotto il metodo Wittgenstein: “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Aldo Grasso mi sembra invece sufficientemente liberale e sufficientemente uomo da affrontare senza isterismi una critica al suo elogio del libro di Busi apparso sul Corriere: un’intera pagina di masochismo borghese. Grasso è un professore universitario, è uno dei più importanti collaboratori di uno dei più importanti quotidiani italiani, è un padre di famiglia, è un proprietario terriero, quando l’ho conosciuto abitava in centro storico: è insomma un borghese come pochi. Non so cosa possa spingere, forse la sindrome di Stoccolma, un borghese a definire “grandioso”, “geniale”, “autentico”, “straordinario”, “elegante”, “sontuoso” un libro di Busi. Io ne dubito ma non posso escludere che “Vacche amiche” meriti davvero simili aggettivi: però avrebbe dovuto pronunciarli qualcun altro, e non sul Corriere. Un borghese non dovrebbe scrivere su un giornale borghese di “ipocrisie e opportunismi della borghesia” come fossero schifezze di cui vergognarsi. Un borghese, e specialmente un intellettuale borghese, le categorie dell’ipocrisia e dell’opportunismo dovrebbe difenderle. E non solo perché tipiche del proprio ceto ma perché utilissime a tutti i ceti: gli italiani abbisognano di libri esaltanti intimità e pragmatismo molto più che di libri di Aldo Busi. Sorga pertanto un intellettuale borghese orgoglioso di esserlo, capace di combattere il contrario dell’ipocrisia ossia l’esibizionismo, il contrario dell’opportunismo ossia l’utopismo.

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