Il logorroico ultimo disco di Jovanotti

Sono stanco di essere me stesso, voglio essere una persona normale e allora mi sono legato alla sedia per impormi l’ascolto integrale del logorroico ultimo disco (o come si chiama) di Jovanotti (o come si chiama).

Sono stanco di essere me stesso, voglio essere una persona normale e allora mi sono legato alla sedia per impormi l’ascolto integrale del logorroico ultimo disco (o come si chiama) di Jovanotti (o come si chiama). Perché non riesco a immaginarmi nessuno che, oggi in Italia, sia più normale dell’estimatore di Jovanotti (Jovanotti no, lui non può essere così normale come si autodipinge, lui è comunque un artista). E allora smetterla di ascoltare Rone e Fogh Depot, nomi che una persona normale giustamente nemmeno conosce. E allora smetterla di rimpiangere Lucio Battisti e Lucio Dalla, le canzoni di un’epoca in cui le classifiche di vendita qualche volta (non sempre: qualche volta) corrispondevano alle gerarchie dell’arte. Ascoltare invece il mainstream odierno, la musica che riempirà gli stadi dell’estate 2015. Una parola. Mi sono dovuto legare stretto perché i testi sono elementari, il canto rudimentale, le tastiere tamarre e soprattutto perché i pezzi sono in numero di trenta. Trenta. Non è che Jovanotti abbia moltissimo da dire, e quel non moltissimo lo ripete trenta volte: il cielo è immenso, tu sei magica, come sei bella, meraviglioso è stare qui con te. Mi sono dovuto legare molto stretto. Sopportando il dolore a guisa di terapia: curare il mio snobismo, il mio pessimismo con la solare energia del cantante di Cortona, che ammiro proprio perché sono il suo contrario (ammirare i simili è masturbatorio). Ma dall’ammirazione per l’uomo a quella per la sua arte il passo è lungo. Eppure, legato alla sedia, l’ho compiuto. Decidendo di tornare un diciottenne mentale? Non sarebbe bastato, io a 18 anni ascoltavo “Tristan und Isolde”. Decidendo di tornare un diciottenne innamorato. A quel punto “Insieme” (guarda caso traccia 18) diventa un capolavoro capace di riempire di senso, o di sogni, interi pomeriggi. Una canzone che ti toglie vari decenni di dosso, così come ti toglie vari decenni di dosso l’amore. Dio ce lo conservi Lorenzo Cherubini.

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