Molti sembrano sicuri che il premier sia spacciato, la sua era al tramonto, il suo ciclo alla fine. E in caso di voto anticipato la vittoria non potrà che arridere al fronte ampio dei suoi avversari.
Il fatto è che le campagne elettorali hanno dinamiche proprie che spesso fanno strame delle condizioni di partenza. I leader carismatici a volte riescono a tirar fuori risorse inimmaginabili.
Anni fa seguii da vicino la seconda campagna presidenziale di François Mitterrand.
Siamo nel 1988, il presidente è al minimo della sua popolarità, la storica vittoria del 1981 è un ricordo pallido e lontano. Troppe indecisioni, troppi errori. Alle politiche del 1986, nonostante il cambiamento della legge elettorale per limitare i danni, gli elettori puniscono il Partito socialista e la sinistra. La destra riconquista maggioranza e governo: da due anni il presidente è costretto a “coabitare” con gente che considera più o meno come farabutti e nemici personali. Il rito del Consiglio dei ministri del mercoledì è tragico, il presidente appare sempre più pallido, spettrale. Il telefono dell’Eliseo, il più importante di Francia, è muto. Il potere, tutto il potere, è concentrato a Matignon, la residenza del primo ministro Jacques Chirac, gollista lesto di passo e volubile di spirito.
I socialisti sembrano soldati ubriachi in libera uscita. Il segretario Lionel Jospin solca i mari del sud e i territori d’oltremare, dicendo che non ne può più “dell’odore di stalla che viene dalle scuderie presidenziali”, degli scandali, anche sessuali, che cominciano a lambire l’entourage del presidente. Mitterrand ha 72 anni, un cancro alla prostata e sta in piedi a botte di cortisone. E’ solo, a detta di tutti la fine del regno è prossima.
Ma lui, il vecchio, non ci sta. E si rimette in marcia.
Fa del consiglio dei ministri il teatro dove mettere in scena la sua pièce, gioca con l’uno e con l’altro, mostrando i lati meno conosciuti del carattere come l’amante che per sedurre si svela poco a poco. Un sorriso, un segno d’apprezzamento, un libro con dedica. Una sera a Mosca durante la pausa degli incontri ufficiali prende sotto braccio i ministri del seguito e li porta a passeggio sulla piazza Rossa. Lui che in un anno e mezzo ha rivolto loro sì e no un saluto, ora tiene banco, una lectio magistralis, dalla campagna di Russia di Napoleone all’incendio di Mosca, lunghi passi di Tolstoj raccontati a memoria, la storia di ogni singolo palazzo della città. Parla per ore, li strega, li lascia ammutoliti a pensare che il presidente sarà pure un nemico ma che fior di nemico, che politico, che uomo di stato!
Quando la campagna elettorale entra nel vivo, è visibilmente un altro uomo. Pare che per un animale politico non ci sia migliore elisir dell’odore del sangue nemico.
I giornalisti faticano a stargli dietro, mentre salta da un aereo all’altro, tiene tre quattro meeting al giorno, dispiega tutto il talento oratorio, sotto tendoni improvvisati parla a braccio a migliaia di persone, tenendole sospese a una pausa, a un aggettivo, a un’invenzione. Tocca ogni volta le corde giuste. Convince e vince. Vince e stravince. Da solo. L’indomani della vittoria Libération titola in prima pagina: “Salut l’artiste!”
Il Cav. non è Mitterrand. Ma nel suo piccolo un po’ artista lo è stato nel 2006: quando Fini e Casini (già allora, do you remember?) remavano visibilmente contro e lui risalì la china da solo e per poco non pareggiò una partita che sembrava persa contro Prodi e l’Unione.
Per questo mi permetto di girare alla vostra intenzione il consiglio immortale del Trap: non dire Cav. se non l’hai nel sacco.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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