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Caro Cav., salvaci dai nuovi re Farouk

Un consiglio dei ministri che aspetta, Berlusconi Letta e Tremonti chiusi in una stanza, un premier che dicono molto contrariato per essere stato messo di fronte al fatto compiuto dal ministro dell’Economia. E’ la conferma che questa manovra è stata fatta di corsa e in affanno, sotto i colpi di una crisi che in poche settimane si è impennata svelando fragilità inquietanti nelle economie di molti paesi europei.

Il pacchetto di misure mi ricorda le coperte patch-work che, in anni questi sì di austerità, le nostre nonne facevano mettendo insieme vecchie pezze di lana raccattate alla meno peggio. La nonna di oggi, va da sé, è Giulio Tremonti, il solo che abbia dimostrato di saper lavorare all’uncinetto. E’ sua l’impronta “impolitica”. Mettere a “dieta” lo stato è giusto ma bisogna sapere a cosa si va incontro: allo scontro con battaglioni di insegnanti, professori, portantini, infermieri, medici, pensionati, insomma con l’ultima ridotta sindacale. I Cobas, gli autonomi, gli studenti, infine la  Cgil non lasceranno certo cadere l’occasione per fare sciopero, per scendere in piazza e scaricare i costi della protesta anche sui dipendenti del privato e sui consumatori in generale: per la sua forza intrinseca il pubblico impiego è quanto di più simile ai movimenti degli anni Settanta sia rimasto in giro in Europa, e in Belgio e in Francia ha costretto più volte i governi a smussare gli angoli o addirittura a fare marcia indietro. Il rimedio sarebbe allora ben peggiore del male che intende curare.

In anni lontani in cui il prezzo del greggio impazzì crescendo di sessanta volte in pochi mesi, i governi ci fecero viaggiare a targhe alterne o andare a piedi, ma erano come si dice altri tempi. Non avevamo ancora vissuto una così lunga e goduriosa consuetudine con il consumo e con quel mondo meraviglioso che è il superfluo, l’effimero. Oggi nel senso comune non c’è nessuna percezione di catastrofe imminente, nessuno crede che l’Italia potrebbe finire come la sventurata Grecia, Tremonti or not Tremonti. I pericoli, se ci sono, vengono da un mondo opaco, inaccessibile ai comuni mortali: finanza, banche, speculazione internazionale, contro cui, se solo lo volessero, gli stati, i governi avrebbero a disposizione ben altri mezzi di pressione e di dissuasione. Invece dobbiamo pagare: non per cambiare davvero il nostro paese, per renderlo migliore per le nuove generazioni. Paghiamo perché lo chiede l’Europa, senza nemmeno scoprire le carte. Questi di Bruxelles in fondo mi ricordano il vecchio, grasso re Farouk d’Egitto. Quando Nasser lo rovesciò dal trono, lui si stabilì in Costa Azzurra e siccome era un accanito giocatore frequentava assiduamente il casinò di Montecarlo. La leggenda vuole che una sera che teneva il banco al tavolo dello chemin de fer, il giocatore alla punta scoprì le carte e dichiarò “otto”un punto fortissimo. Farouk dichiarò “nove”, che è il punto più alto, senza scoprire le sue. “Parola di re”, disse.

A differenza di quel giocatore che rimase in silenzio e gettò le sue carte in segno di regale rispetto, noi ce ne freghiamo delle figuracce e vorremmo vedere. Vorremmo capire se questi sacrifici sono davvero indispensabili e non un capriccio delle oligarchie e di quella grande maison per feticisti che è la Banca centrale europea. Vorremmo capire se siano davvero utili e a chi, se non ne seguiranno altri, ancora due anni e due anni ancora. Vorremmo essere certi che in nome dell’equilibrio dei conti non si vada incontro a una nuova era di austerità e frugalità. Un’idea così rivoltante in sé da piacere a funeree, petulanti cassandre e ai troppi politici che aspettano solo che il Cav si incarti. Non sarebbe male perciò se il premier ci mettesse la sua faccia sì ma per rassicurare, per ridare un po’ di speranza. E magari, au passage, dirci qualcosa dell’Italia che vorrebbe costruire . E che immaginiamo certamente “radiosa”.

di Lanfranco Pace

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