Renzi, la sinistra e Gomorra

La modernità renziana è colma di difetti, ma alla sua sinistra si comportano come Genny Savastano che, temendo il ritorno del padre, lo vende e lo fa uccidere

Renzi, la sinistra e Gomorra

I personaggi di Gomorra Pietro e Genny Savastano (gli attori Fortunato Cerlino e Salvatore Esposito)

Sia ben chiaro, la condizione di politico tramortito, azzoppato, sminuito in cui si trova Matteo Renzi è anche colpa sua. Negarlo sarebbe opera di inutile ottusità intellettuale, ammetterlo è segno di dignitoso contatto con la realtà. Andiamo però con ordine, esaminando dal grande al piccolo le ragioni di questo percorso “a ritroso”, dal successo alla crisi.

 

Innanzitutto c’è un fattore “macro”, cioè il prezzo che la sinistra sta pagando in tutta Europa sotto il peso di una spensierata leggerezza sul fronte dell’immigrazione, roba buona per vincere le elezioni a Milano (zona Brera) e a Roma (zona Parioli) e perderle in tutti gli altri quartieri o collegi d’Italia, compresi molti del “ridotto” tosco-romagnolo.

 

Questo leggiadro e nobilissimo spirito di “primum accogliere”, di cui la legge sullo Ius Soli è specchio fedele, si combina con la reggenza del governo da ormai sei anni consecutivi, creando così le condizioni perfette per prendere mazzate in cabina elettorale, come puntualmente accaduto nel 2001 e nel 2008 e come dovrebbe ben ricordare anche Massimo D’Alema, tanto per fare un nome a caso.

 

A tutto questo si aggiunge Matteo Renzi, con il suo carico di energia vitale ma arrogante, popolare ma rumorosa, coraggiosa ma sfrontatamente scorretta (da cui il brutale “Enrico stai sereno” di qualche anno fa).

Renzi sta a sinistra ma non come piace a loro, sta in TV più a su agio su Canale 5 che su Rai 3 (Barbara D’Urso e Maria De Filippi, altro che Concita De Gregorio o Milena Gabanelli), si veste come non dovrebbe e non cita quelli che dovrebbe: insomma un incubo per quella sinistra radical tanto potente e fighetta quanto irrilevante elettoralmente (il risultato di Fava alle elezioni siciliane è modesto oltre ogni ragionevole dubbio).

 

Questo Renzi è un talento come pochi se ne vedono nascere, ma è irriducibilmente un leader del nuovo tempo della politica, che prevede la morte con damnatio memoriae della forma partito per lasciare posto a nuove aggregazioni più legate a figure individuali (Macron e molti altri). Certo, questa modernità renziana è colma di difetti.

 

Ad esempio c’è una concentrazione toscaneggiante nel circolo ristretto del capo che è vagamente ridicola, oltre ad essere sintomo di grave mancanza di fiducia nel prossimo.

C’è anche una colpevole tendenza al culto della Guida Suprema, con momenti da brivido: aver tramutato scientemente un mediocre referendum costituzionale in un voto “o con me o contro di me” è prova lampante di un IO ipertrofico che in democrazia finisce sempre (ripetiamolo, sempre) per asfaltare chi ne fa cattivo uso.

Ben lo sa infatti il Cavaliere, che sul fronte dell’io espanso ha pochi rivali nella storia: non a caso si sforza di farne un uso pop più che può.

 

Insieme a tutto questo (e molto altro) c’è però anche un leader che cerca di stare nel perimetro della politica riformista, uno che si sottopone a voti, gazebo, congressi, riunioni di direzione.

C’è un giovane primo ministro che lotta contro la pressione fiscale, prova a trovare una via con il Jobs Act, sceglie volti nuovi e li impone (Mogherini, do you remember?), porta a casa leggi sui diritti civili di cui tutti prima parlavano senza agire.

 

Poi ci sono le battaglie di potere. Qui Renzi alterna risolutezza a insipienza, come dimostra l’insensato scollamento con Giorgio Napolitano, che lo ha voluto, spinto e battezzato primo ministro imponendolo a tutto e tutti. Però si guardi un attimo alla vicenda delle banche, croce e delizia della legislatura.

Io non escludo affatto qualche peccato del Giglio Magico su Banca Etruria. Ma qualcuno ha il coraggio di paragonare la banchetta di cui parliamo con il disastro compiuto dalla sinistra dieci anni prima con Monte dei Paschi? O vogliamo dire che anche quella roba lì è colpa di Renzi? Insomma lui ha tanti difetti, non ci piove.

Ma gli altri, quelli alla sua sinistra, sono come Genny Savastano nell’ultima puntata di Gomorra 2: temendo il ritorno trionfale di suo padre va dallo sconfitto Ciro e lo arma affinché elimini il Vecchio Boss.

Solo che nella fiction è il giovane che lo fa al vecchio, qui sono i vecchi che ci provano con il giovane.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lucafum

    11 Novembre 2017 - 18:06

    l'antico Crono si mangiava i propri figli; solo quello, che è stato cresciuto di nascosto è sopravvissuto, ed ha vinto il vecchio padre uiofago, evirandolo. Molto più violentemente che rottamandolo, quindi.

    Report

    Rispondi

Servizi