Aria di Palazzo

Coalizione indigesta

Follia e metodo dietro allo scarto di Renzi su Bankitalia: le elezioni non si vincono con l’Unione

Coalizione indigesta

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Il ragionamento che si ascolta fare a molti parlamentari, più o meno renziani, è tanto semplice da sfiorare il semplicismo: fino a oggi il teatrino dell’opposizione dura e pura alla legge Rosato è stato inevitabile. Ci sarà ancora uno strascico di qualche giorno, poi però tutti dovranno mettersi l’anima in pace e adeguarsi al nuovo sistema. A quel punto, la coalizione di centrosinistra che ora non c’è diventerà improvvisamente urgente per tutti, non solo per noi, e allora vedrai che nascerà, competitiva almeno quanto quella di Berlusconi.

 

Può darsi che le cose vadano davvero così, per un miracoloso effetto domino al contrario che rimetterà in piedi i tasselli che da un anno abbondante vanno invece tutti giù, travolti da un mix di logica politica e incompatibilità personali. Può darsi (anzi, è sicuro), che una parte del miracolo venga affidata a una finta mossa sul biotestamento al Senato e soprattutto alla concessione della cittadinanza ai giovani figli di immigrati: l’approvazione dello ius soli in fine di legislatura sarà benedetta (oltre che da coloro che sono titolati nel ramo, da Papa Francesco in giù) anche dalla narrazione neo-veltroniana secondo la quale su questo diritto civile si può misurare oggi quanto sia attuale, anzi più profondo che nel passato, il solco che distingue e separa la destra dalla sinistra.

 

Ma basterà questo richiamo identitario, insieme all’implacabile meccanismo del sistema elettorale, a dare senso compiuto a coalizioni non solo fin qui inesistenti, ma sistematicamente e intenzionalmente contraddette dagli stessi che adesso dovrebbero edificarle? Quanto impiegherà a uscire dai corridoi di palazzo e a raggiungere la pubblica opinione, quella obliqua e paradossale rassicurazione che deputati democratici e forzisti si scambiano a Montecitorio a proposito del carattere finto e rapidamente revocabile delle rispettive e teoricamente contrapposte coalizioni?

 

Una legge non scritta della politica avverte che le finzioni plateali non possono funzionare. Qui i Cinque stelle hanno un obiettivo punto di forza. E qui si capisce meglio il senso del violento scarto di Matteo Renzi rispetto all’operazione che era in atto intorno a Paolo Gentiloni, cioè la paziente ricostruzione di una rete di consenso tesa a salvare il salvabile del renzismo (uscito moribondo dal referendum istituzionale) riproponendolo in versione soft, moderata, rispettosa delle regole e delle procedure.

 

Dopo aver acconsentito (anche un po’ per costrizione, perché il neorenzismo moderato piace ai nove decimi della nomenklatura Pd, fin dentro i confini dell’ex giglio magico), il segretario si è ribellato. Con la maniere forti. Riaprendo col presidente del Consiglio una ferita che data almeno alla primavera scorsa e che era stata faticosamente suturata alla fine di agosto in un incontro faccia-a-faccia. Deludendo tutti i maggiorenti del partito. E mettendosi apertamente in rotta di collisione col capo dello stato attuale e col predecessore: per un uomo come Napolitano, ossessivo nella cura terminologica dei discorsi, dire che la fiducia sulla legge elettorale è stata messa da un premier “sottoposto a forti pressioni” equivale a una condanna senza appello.

 

Nello scarto di Renzi c’è della follia – intesa come impulso istintivo e rivincita del carattere sul ragionamento – ma c’è anche del metodo. Con qualche buon argomento, Renzi non crede a quel miracolo, di una coalizione inesistente che nasce per mera obbligazione di legge eppure si propone credibilmente agli elettori. Dovrà accettarla, o meglio subirla, ma fin da adesso mette in chiaro che non chiederà mai agli italiani di votare per una riedizione approssimativa e improbabile del centrosinistra che c’era. Coalizione o non coalizione, agli italiani chiederà ciò che ha sempre chiesto loro, dalle primarie alle europee, fino al referendum: di votare per lui. “Porterò dieci punti percentuali in più”, garantisce in questi giorni agli scettici, e molti fra questi sono parlamentari ansiosi di veder smentite le cupe simulazioni sui collegi, dunque disposti a fidarsi.

 

Il problema è che tra il 2014 e il 2016, tolti gli oppositori interni dichiarati, tutti gli altri accettavano che la scommessa di Renzi su se stesso coincidesse con la prospettiva del Pd. Ora non è più così. Ignazio Visco come persona e come governatore non ha alcun vero sostenitore fra i democratici, e neanche a Palazzo Chigi, ma la rottura che si consuma su Bankitalia torna a illuminare, di luce cruda, l’angolo meglio occultato dell’epopea renziana: la sostanziale irriducibilità del leader alle logiche di condivisione e di compromesso che soprattutto nei momenti di difficoltà e incertezza tengono insieme qualsiasi gruppo di lavoro, figurarsi il gruppo dirigente di un partito. Scopriremo presto – dopo il voto siciliano – se e fino a che punto questa tensione sarà sopportabile per il Pd.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    30 Ottobre 2017 - 09:09

    Tanto per fare un esempio in tema di buon governo, non sarebbe il caso che il segretario Renzi ed il presidente Gentiloni in luogo di dialogare in sede di partito con il ministro della giustizia sulle prossime coalizioni elettorali gli chiedessero conto del record di evasioni dalla carceri italiane, assassini ed ergastolani compresi, che dobbiamo purtroppo registtare in casa nostra nell’anno di grazia 2017 soltanto perché pure le carceri di massima sicurezza si rivelano colabrodi dai quali si può uscire semplicemente segando le sbarre e saltando le mura con le lenzuola? Dobbiamo avere il coraggio di tornare a volare alto con la proposta politica, ammonisce il ministro della giustizia. Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

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  • giantrombetta

    30 Ottobre 2017 - 09:09

    Una coalizione di sinistra per fare che, di grazia? Lasciare per cortesia da parte le cosiddette incompatibilità personali, ovvero le solite beghe per la leadership. La questione vera e seria e’ che il programma politico e di governo di Renzi e’ assolutamente incompatibile con quello del resto della sinistra con cui dovrebbe coalizzarsi. E dunque delle due l’ una: o Renzi e i renziani fanno retromarcia sui loro annunciati e promessi propositi riformisti o la sinistra politicamente corretta e di note radici ideologiche rinuncia e disconosce le sue radici e tradisce le ragioni del suo insediamento elettorale, più o meno consistente. Il resto,sono meschini giochi di prestigio per guadagnare seggi ma cronicizzare l’ingovernabilita e la confusione. Altro che beghe personali.

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