Sui rifiuti Virginia torna ad affidarsi all'ottavo re di Roma

Raggi torna a spedire l'indifferenziato a Malagrotta, gestita dall'uomo che voleva combattere: Manlio Cerroni. “All'epoca nessuno accettava il dialogo con il monopolista. E chi ha pagato lo scotto sono stata io”, dice al Foglio l'ex assessore all'Ambiente, Paola Muraro

Manlio Cerroni

Manlio Cerroni (foto LaPresse)

Un anno e mezzo fa sarebbe stato impensabile per il Movimento cinque stelle sostenere di dover ricorrere al re della monnezza di Roma, Manlio Cerroni, per gestire la questione dei rifiuti. E infatti pubblicamente non si diceva, anche se poi segretamente i grillini incontravano Cerroni, come è successo in tutto silenzio a fine giugno. Poi ieri il Campidoglio ha portato a casa un contratto che conferisce al consorzio Colari, attualmente commissariato ma di proprietà di Cerroni, 1.250 tonnellate al giorno di rifiuti indifferenziati da smaltire a Malagrotta, e allora i toni della narrazione sono cambiati. E per il sindaco di Roma Virginia Raggi è diventata subito una “giornata storica”.

 

Il motivo di giubilo è presto spiegato: adesso tra Ama e Colari esiste un contratto, sottoscritto alla presenza dell'Anac e del prefetto, che dura 18 mesi, al termine del quale il Comune dovrà indire un bando per affidare la gestione dei rifiuti con una procedura a evidenza pubblica. Ammesso che rispondano alla gara aziende interessante e che nel frattempo, in questo anno e mezzo, si riesca a istruire un bando adeguato. Tuttavia, quando Raggi diceva di “combattere gli interessi di Cerroni e di altri imprenditori legati a inceneritori o discariche”, probabilmente non immaginava di finire con il firmare un contratto che garantisce al consorzio dell'”ottavo re di Roma” (copyright Raggi) la stessa quantità di rifiuti di prima, alle stesse tariffe di prima, riportando l'indifferenziato a Malagrotta. E chissà cosa ne pensano gli elettori che hanno votato cinque stelle perché colpiti dalla battaglia contro questo sistema, portata avanti in campagna elettorale.

    

“Adesso sono tutti contenti – dice al Foglio Paola Muraro, ex assessore romano all'Ambiente dimessosi a dicembre 2016 – ma all'epoca nessuno accettava il dialogo con il monopolista. Anche se non era possibile continuare a conferire i rifiuti senza un documento con le regole dell'accordo. E chi ha pagato lo scotto di questa situazione sono stata io”. Quindi è vero, come ha detto lo stesso Cerrone, che alla fine tornano sempre da lui? “All'epoca (quando era assessore, ndr) non c'erano altre soluzioni, perché dopo la chiusura di Malagrotta non si è lavorato per costruire delle alternative. Ma intanto in questi mesi si poteva ridurre la quota dell'indifferenziata, riducendo anche la quota delle tonnellate di rifiuti conferite a Colari e il costo del contratto”. Un passaggio raggiungibile con progetti low cost già all'attenzione del sindaco da quando Muraro era assessore, che prevedono la creazione di isole ecologiche dove il cittadino porta la sua indifferenziata e gli operatori provvedono a smistare plastica e vetro. Perché non si è fatto? “Manca la volontà di ridurre la quota, così anche il target di raggiungere il 65 per cento di differenziata entro il 2021 volendo può essere accelerato”, dice Muraro.

 

Di certo il flop potrebbe essere enorme se tra 18 mesi mancasse una strategia. Le promesse del Campidoglio di chiudere i due stabilimenti di Rocca Cencia e Salario entro il 2019, gli impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb) di Ama, senza prevederne nessun altro nuovo, non si conciliano con la volontà di ridurre la dipendenza dai contratti privati di gestione dei rifiuti, tra cui spicca in prima linea Cerroni con i due Tmb di Malagrotta. Non ci sono altri modi: o si riducono i rifiuti indifferenziati o si amplia lo spazio dove collocarli. Anche perché a dicembre scadrà l'autorizzazione regionale per trasferire l'indifferenziato negli inceneritori austriaci, dove oggi si brucia la monnezza della capitale a un prezzo pari a quello che serve per smaltire i rifiuti qui da Cerroni. Com'è possibile? L'attività di un inceneritore è più economica di un Tmb e costa meno persino a fronte del trasporto dei rifiuti. Un compromesso non troppo cattivo per le casse del comune, che così sposta il problema ambientale lontano dagli occhi e dal cuore dei cittadini (e degli elettori). Dopo tutto anche su questo punto Raggi era stata chiara: “La combustione di rifiuti è obsoleta e da superare”, pazienza per l'Austria e per i tre termovalorizzatori che il Comune indirettamente possiede, a Colleferro, San Vittore e Terni. Tra tutte queste contraddizioni non stupisce che Raggi non riesca a liberarsi di questi impianti. Nè di Cerrone.

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