A chi la banana? A noi

Anche i precursori dei sovranisti nostrani si battevano per la difesa dell'alimento “autarchico”. Peccato si trattasse della “banana della Somalia”

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A chi la banana? A noi

Per uno dei tormentoni che ormai da anni segnano in maniera fastidiosamente indelebile le nostre estati era “l'unico frutto dell'amor”. Andy Warhol, con la sua ripetitività pittorica, la trasformò in un'icona perfetta per la copertina del primo album dei Velvet Underground. Harry Belafonte fece il suo debutto televisivo prendendo in prestito, dalla tradizione giamaicana, il canto affaticato dei lavoratori una volta agricoli e poi diventati portuali. E poi le allusioni sessuali, le battaglie razziste e anti-razziste, Dani Alves che ne raccoglie una da terra, durante Villarreal-Barcellona, la morde, e la trasforma in un simbolo di civiltà.

   

Foto in «L’Illustrazione italiana», n. 44, novembre 1939


 

Viene quasi da sorridere a pensare che una banana possa essere tutto questo e molto di più. Perché c'è stato un tempo, non poi così lontano nella memoria, in cui esistette, nel mondo, un vero e proprio “Impero delle banane”. Era l'Italia di Benito Mussolini che sul frutto esotico costruì una parte tutt'altro che marginale della propria propaganda autarchica. E viene quasi da sorridere, oggi che i sovranisti scelgono di combattere tra tavola e fornelli la loro “guerra” in difesa del nostro paese. Mentre li senti pronunciare indignate parole contro l'invasione del pachino spagnolo, dell'olio tunisino, del grano canadese (pieno di glifosato), pensare che i loro precursori difesero senza mezzi termini la banana della Somalia.

   

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Certo, si dirà, erano altri tempi. Tempi di colonialismo e di imperi, veri o presunti, che nascevano e morivano. L'impero fascista venne annunciato al mondo il 9 maggio del 1936, alla fine della guerra di Etiopia. E come spiega bene Sergio Salvi nel suo saggio “Banane Fasciste - breve storia della banana italica ai tempi dell'autarchia”, nessun prodotto, meglio della banana, “poteva costituire il simbolo dell'emancipazione coloniale alla quale tendeva l'Italia per potersi collocare nel gotha delle grandi potenze mondiali”. Nacque da qui, insomma, l'Impero delle banane.

  


Al minuto 2:55 la coltivazione di banane in Somalia


   

Libri e giornali furono ovviamente gli strumenti principali della propaganda. Sulla rete si trovano anche graziosi manifesti dell'epoca con slogan tipo “Banana della Somalia - l'alimento autarchico di alto valore nutritivo per tutte le età”. È buona, è sana, è italiana. Difficile non notare le similitudini col presente. A suggello dell'era delle banane il Regime costituì anche un'azienda pubblica: la Regia Azienda Monopolio Banane (Ramb). Che doveva occuparsi di tutte le fasi del commercio. “Alla fine degli anni Trenta - racconta Salvi - la bananicoltura costituiva il primo e maggiore contributo alimentare dell'Impero alla madrepatria”. Si cercò, invano, anche di capire se la Sicilia potesse in qualche modo incrementare la produzione dell'“alimento autarchico”. 

  

 

Nel giugno del 1940, con l'entrata in guerra, il trasporto della banane verso l'Italia si interruppe. Riprese qualche anno dopo nel 1950, quando l'Onu concesse l'amministrazione fiduciaria della Somalia. Nel maggio del 1963 la procura della Repubblica fece arrestare l'allora presidente del Ramb, nel frattempo diventato Amb, Bartoli Avveduti per quello che è passato alla storia come “lo scandalo delle banane”. Qualche mese prima, però, il governo Moro aveva già decretato lo scioglimento dell'Azienda Monopolio Banane. 

  

Sono passati 50 anni, nessuno probabilmente si ricorda più dell'Impero delle banane. In compenso, nella Repubblica delle banane, tra clown e sovranisti, c'è chi è tornato all'epoca dell'autarchia.

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    09 Settembre 2017 - 17:05

    Non capisco lo... "spirito di patata" che connota questo articolo. L'Italia produceva banane in Somalia: e allora? Che c'era di male? Che c'era di ridicolo? E che c'era di fascista? Parliamo piuttosto del fatto che la Somalia l'avevamo messa in piedi noi, e invece adesso i turchi stanno per aprirci una grande base militare e già due anni fa hanno inaugurato l'Ospedale Erdogan, sulle rovine di quello che era un ospedale italiano degli anni Sessanta.

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