L’orrore della borghesia che trasforma i clown in statisti

Maschere da peronismo digitale. Di Maio e l’idea pazza che il grillismo possa essere altro rispetto a ciò che è

L’orrore della borghesia che trasforma i clown in statisti

Luigi Di Maio a Cernobbio (foto LaPresse)

Negli ultimi due giorni, la partecipazione di Luigi Di Maio al Workshop Ambrosetti ha catturato l’attenzione di una buona parte della classe dirigente italiana. E in molti, ascoltando le parole intense offerte domenica scorsa a Cernobbio dal vicepresidente della Camera, hanno tentato di rispondere a una domanda che avrà una sua centralità anche nel corso della prossima campagna elettorale: quanto è credibile, come candidato premier, il front runner del Movimento 5 stelle? In teoria, la domanda rappresenta di per sé una contraddizione in termini, un ossimoro in natura, e solo una classe dirigente malata, o forse profondamente compromessa, può ancora chiedersi se sia credibile o no il portavoce di un movimento sfascista specializzato in manganellate digitali, nato sull’onda di un vaffanculo grande come una casa, guidato da un clown che si considera l’erede di san Francesco, che attraverso un blog che fattura grazie ai ricavi della pubblicità generata dai clic prodotti dai post dei suoi parlamentari ha trasformato i suoi eletti in marionette, tutte al servizio quotidiano di un’azienda privata non eletta da nessuno.

 

La domanda, dunque, di per sé sarebbe una non domanda, sarebbe come chiedersi se è piacevole o no essere sommersi da una montagna di fango o se è consigliabile o no mangiare cibi scaduti. Ma dato che in molti, anche nella nostra classe dirigente, sembrano impegnati notte e giorno a trovare una ragione per spiegare perché il Movimento 5 stelle non è affatto come sembra, e che anzi bisogna capirlo, bisogna coccolarlo, bisogna dialogarci, bisogna accettarlo, forse vale la pena provare a ragionare un istante su quello che è successo negli ultimi giorni tra l’élite italiana e il M5s. Partendo da alcune parole offerte al pubblico, tra domenica e lunedì, da Luigi Di Maio e da alcune considerazioni fatte da alcuni pezzi importanti dell’establishment italiano, in primis dall’ex presidente del Consiglio Mario Monti, che dopo aver ascoltato il discorso di Di Maio al Forum Ambrosetti ha scelto di dare una splendida definizione del candidato in pectore grillino: “Un raffinato borghese, con una compiuta articolazione intellettuale, mosso dal desiderio di essere e apparire moderato”.

 

La frase di Monti merita di essere citata perché ci permette di inquadrare una tentazione esplicita (non di Monti, che probabilmente avrà detto quella frase con un sorriso sulle labbra, vogliamo sperare) che da mesi ha cominciato a farsi strada in un pezzo non irrilevante della borghesia italiana: l’idea che il Movimento 5 stelle possa essere qualcosa di diverso rispetto a quello che è. Chi parte da questo presupposto sceglie volutamente di coprirsi gli occhi e prova in tutti i modi a concentrarsi sulla forma senza curarsi della sostanza. Sceglie di non rendersi conto che il Di Maio che dice di non volere “un’Italia populista, anti-europeista o estremista” è lo stesso Di Maio che rappresenta un blog che ancora oggi ospita una guida facile per uscire senza problemi dall’euro-che-uccide-le-imprese, sottoscritta da circa 200 mila persone. Sceglie di ignorare che il Di Maio che dice di avere “un concetto alto della politica” è lo stesso che non ha mosso un dito quando il suo movimento ha linciato la virologa Ilaria Capua indagata per un reato mai commesso. Sceglie di credere alla favola della svolta anti populista (“populisti è un’etichetta che ci avete appiccicato voi, i media mainstream”, ha detto ieri al Corriere) quando è il capocomico che teleguida Di Maio ad aver rivendicato di essere un fiero populista. E così via. Disquisire sulla credibilità di Di Maio, come è evidente, è un’opera senza senso. Ma la ragione per cui in molti hanno scelto di bersi la fiaba della “svolta” del M5s merita un piccolo approfondimento, anche a futura memoria. E’ certamente vero che le parole di Luigi Di Maio rappresentano la spia di un tentativo di riconversione del populismo, ma credere che il populismo possa essere riconvertito presuppone una preoccupante volontà preliminare: essere disposti a mettere da parte la sostanza ed essere pronti a concentrarsi solo sulla forma.

 

Nel caso del Movimento 5 stelle concentrarsi sulla forma, e mettere da parte la sostanza, rappresenta un’operazione spericolata, e persino pericolosa. Significa non voler osservare quello che rappresenta per la democrazia un partito che propone esplicitamente di superare la democrazia rappresentativa. Significa non voler osservare quello che rappresenta per il paese un partito che ha costruito buona parte del suo consenso sulla base di un principio totalitario: la legittimazione del linciaggio del nemico attraverso l’alimentazione dei meccanismi della gogna. Significa, in definitiva, voler assecondare una spaventosa truffa culturale, che attraverso i meccanismi della democrazia diretta punta ad alimentare un sistema in cui lo schema dell’uno vale uno è funzionale alla demolizione e alla delegittimazione dei corpi intermedi e alla contestuale legittimazione e glorificazione di una democrazia farlocca, eterodiretta dall’alto, antitetica a qualsiasi stato di diritto e devota inevitabilmente al complottismo (dai vaccini, ai microchip sottopelle).

 

In un bellissimo libro che uscirà il 14 settembre pubblicato da una piccola casa editrice italiana, la Raffaello Cortina Editore, il sociologo Alessandro Dal Lago ha scelto di mettere insieme un po’ di spunti utili per fotografare ciò che rappresenta oggi il “Populismo digitale”. Dal Lago, ex firma del Manifesto, paragona il Movimento 5 stelle a un partito “para fascista” e, ricordando giustamente che sarebbe da stupidi paragonare Beppe Grillo a Benito Mussolini, prova a spiegare così la sua definizione. “Con il prefisso para intendo dire che nel Movimento 5 stelle c’è qualcosa di torbido, autoritario e ambiguo che ricorda irresistibilmente lo stile politico fascista: l’arroganza bislacca del capo, la sua passione per i plebisciti, il culto supino professato da gran parte degli scritti e di simpatizzanti, la mancanza di trasparenza nelle decisioni, l’opportunismo, per non parlare delle faide tra i proconsoli, e l’incapacità amministrativa travestita con la retorica del cambiamento. Non saprei usare altra definizione per politici che attizzano l’odio per gli stranieri, disprezzano visibilmente la democrazia parlamentare, praticano o invocano la censura per chi non è d’accordo con loro, coltivano il senso comune più forcaiolo, soffiano sul fuoco neo-nazionalista che cova in mezzo mondo. In questo senso l’espressione populismo digitale sintetizza bene un concetto semplice: la dipendenza dalla rete di un movimento politico neo peronista gestito in modo autoritario”. Conclusione: “La spinta democratica dal basso, sintetizzata nella democrazia diretta può essere un’illusione, soprattutto quando è manipolata da politici spregiudicati e visionari”. C’è chi di fronte al front runner di un partito nato sull’onda di un vaffanculo grande come una casa parla di compiuta articolazione intellettuale. C’è chi, di fronte a tutto questo, usa toni invece più sintetici e forse meno romantici: voi, questo metodo, chiamatelo pure democrazia diretta, io, dice Dal Lago, lo chiamo fascismo digitale. Se si guarda la sostanza, scegliere da che parte stare non dovrebbe essere troppo difficile.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Settembre 2017 - 14:02

    Caro Claudio, il tuo scritto mette in evidenza che, se dopo oltre settanta anni dalla sua scomparsa, i lemmi “fascismo e fascista”, sparati a destra e manca come proiettili politici, che trovano ancora spazio mediatico e culturale basato su suggestioni e sentito dire, artatamente suscitati, vuol dire, caro Claudio, che ci meritiamo Grillo e compagnia. Lo sa bene Grillo che incitava: “Votate con la pancia”

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  • guido.valota

    05 Settembre 2017 - 12:12

    Io invece, se fossi parte di un'élite posta di fronte all'ineluttabilità del fenomeno (alimentato primariamente da ignoranza straripante e arrembante, quindi inarrestabile per ora e anche in prospettiva), cercherei di cooptarne/influenzarne i capi. Dato che non si tratta di fenomeni ne' di geni, ma di un mediocre erede, di un clown molto sensibile ai soldi, e di un vice clown che fino a ieri viveva di espedienti, e cambiano idea a ogni giro di vento non esprimendone mai una originale, un bel potere forte di quelli veri non dovrebbe incontrare troppa difficoltà nel condizionarli. Il gregge seguirà.

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  • Giovanni

    05 Settembre 2017 - 12:12

    E' incredibile come la strada che sta portando il grillismo dal partito dei vaffa e del turpiloquio al partito mascherato di perbenismo e di condiscendenza nei confronti dei poteri forti somigli sempre di più a quella del fascismo delle squadracce con le bottiglie di olio di ricino e il manganello che pur di andare al potere si trasformò nel partito delle feluche, del doppio petto e degli ipocriti inchini alla corte di sua maestà. Ma che poi per incompetenza, demente tracotanza e menefreghismo (il "menefrego" era di partito) ci trascinò nel baratro di una guerra mondiale come sodali del folle pervertito tedesco. Vorrei dire "attenti" agli italiani, "non cascateci di nuovo", ma gli italiani amano credere ad imbroglioni, fattucchieri e imbonitori di ogni specie. Preferiscono cadere nel baratro piùttosto che superare le buche di una democrazia imperfetta, spesso urtante ma che tutto sommato ci ha portato ad essere una delle grandi potenze industriali del mondo.

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    • mauro

      08 Settembre 2017 - 09:09

      Dalli al fascismo, moda ancora tenuta in vita per nascondere le magagne. Ma la sua battuta sul menefreghismo è di bassissimo conio. Le masse si fanno turlupinare da che mondo è mondo, dappertutto. Il modo in cui Lei si esprime su un fenomeno storico del quale conosce solo ciò che ha sentito raccontare da un'ideologia ad esso nemica come quella comunista e postcomunista, dominante, fa di Lei un esponente tipico di quelle masse. PS Le generazioni cresciute durante il fascismo e la guerra fecero dell'italia una delle prime potenze del mondo, la democrazia ne ha solo profittato, per giunta sfasciandola.

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    • tamaramerisi@gmail.com

      tamaramerisi

      05 Settembre 2017 - 15:03

      Magnificamente detto! Ma non darei troppa colpa agli italiani che si fanno abbindolare: allora come oggi siamo alla mercé purtroppo dell'inettitudine del Re, oggi chiamato Presidente della Repubblica (che da dopo Cossiga sono stati una spina nel fianco della cosiddetta sovranità popolare. Un disastro! )

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  • Silvius

    05 Settembre 2017 - 12:12

    Gentile Cerasa, colgo l'occasione per esprimerLe la mia ammirazione per il Suo lavoro. Mi sembra che si levino sempre più voci autorevoli (anche se sono ancora pochissime) sulla deriva fascistizzante di molte società, non solo della nostra. Bisogna trovare il coraggio di trattare gli imbecillì da imbecilli, e le persone di valore da persone di valore. Ognuno deve farlo nel proprio piccolo, nel proprio quotidiano. Essere tolleranti e bonari con la stupidità (cui nessuno è del tutto immune, per fortuna) è non solo un insulto all'intelligenza, ma ha effetti devastanti sulla tenuta democratica. È sotto gli occhi di tutti, spero non chiusi.

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