È la partita sulla legge elettorale l'assillo che allarma i piani alti del Pd

Matteo Renzi e i suoi sono convinti che non ci saranno troppi problemi sulla legge di Stabilità. Ma non vogliono riaprire la discussione sul sistema di voto. Ecco perché

È la partita sulla legge elettorale l'assillo che allarma i piani alti del Pd

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Non è la legge di Stabilità il nuovo assillo del Partito democratico. Da quel punto di vista Matteo Renzi e i suoi sono convinti che non ci saranno troppi problemi. Quello che veramente preoccupa il Pd è il tentativo, che è nell’aria, di riaprire la questione della riforma della legge elettorale. Questo è un capitolo che al Nazareno considerano chiuso anche se ufficialmente nessuno può dirlo in maniera così brutale.

 

E sono due motivi per cui il Partito democratico non vuole aprire quella porta. Il primo riguarda i giochetti trasversali che si aprirebbero subito dopo aver deciso di andare avanti con la legge elettorale. A quel punto la minoranza del Pd si salderebbe con il centrodestra o con le forze che sono a sinistra del Partito democratico. Senza contare il fatto che tra i favorevoli alla riforma e all’inserimento di un premio di coalizione c’è un grande vecchio dell’Ulivo come Romano Prodi. Partirebbe quindi inevitabilmente la richiesta di modificare l’attuale sistema con il premio di coalizione, ipotesi che vede contrarissimo Matteo Renzi, perché “regalerebbe la vittoria a Silvio Berlusconi”. Non solo, si tornerebbe a parlare di primarie e di leadership. Un terreno minato per Renzi, il quale tiene in conto di non tornare a Palazzo Chigi. Ma pur dando per scontato che potrebbe essere un altro ad andare al governo, il leader del Partito democratico vuole continuare a essere lui a dare le carte e a decidere chi varcherà la soglia di Palazzo Chigi.

E c’è un altro motivo che induce il Pd nella sua versione ufficiale di maggioranza a guardare con sospetto l’ipotesi di riaprire il tavolo della riforma elettorale. Riavviare la trattativa che, peraltro, non è affatto detto che porti da qualche parte, significherebbe andare alle elezioni politiche il più tardi possibile. Eventualità, questa, che al Nazareno viene vista come una sciagura. Allungare i tempi consentirebbe a Silvio Berlusconi di dare un assetto definitivo ed equilibrato al centrodestra e permetterebbe al Movimento cinque stelle, che ora è in difficoltà in tutti i sondaggi, di poter risalire la china.

 

Ma c’è anche un terzo elemento nelle valutazioni che vengono fatte al Nazareno. A prescindere dalle schermaglie iniziali, che prenderanno il via già questa settimana, la querelle sulla riforma elettorale entrerà nel vivo dopo le elezioni regionali siciliane. Cioè in un momento di debolezza della dirigenza del Pd, perché non solo è scontato che il centrosinistra non vincerà quella partita, ma è anche assai probabile che lo schieramento che va dal Partito democratico ad Alfano, passando per Leoluca Orlando, giunga terzo, dopo centrodestra e grillini. E’ chiaro che una sconfitta in Sicilia non provocherebbe le dimissioni del segretario Matteo Renzi, ma è altrettanto chiaro che lo indebolirebbe. E perciò il leader del Pd si ritroverebbe a dover affrontare la questione della riforma elettorale in una situazione di svantaggio.

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Commenti all'articolo

  • ANIWAY75

    05 Settembre 2017 - 12:12

    Io invece sono d'accordo con Renzi. Lui (e il PD ... anche se non tutto) ci ha provato a fare la legge elettorale ma non ci è riuscito, per demerito e/o colpa sua e per malafede degli altri, i quali vorrebbero una legge elettorale che garantisca loro un posto in parlamento, chiunque vinca le elezioni. A mio parere spetta alle opposizioni proporre un sistema elettorale a prova di ingovernabilità, a prova di Consulta, a prova di critiche della stampa, a prova di tutto coloro che hanno come unico scopo quello di criticare l'operato degli altri senza avere nessun merito !!!

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  • giantrombetta

    05 Settembre 2017 - 09:09

    Se il segretario del primo partito in Parlamento cui tra l'altro e' affidata la responsabilità del governo del Paese non ritiene un dovere prioritario varare la legge elettorale che consente di adempiere al primo imperativo democratico e costituzionale, ovvero disciplinare l'esercizio della sovranità popolare, siamo proprio giunti al fondo per quanto riguarda la funzionalità delle istituzioni democratiche. Si diceva del Pd un tempo partito di lotta e di governo. A leggere la vostra analisi vien da concludere che non sia più ne' di lotta ne' di governo. Che cosa allora?

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