Più che la legge elettorale, dovrebbe preoccupare la scarsa partecipazione al voto

Scarsa offerta politica, retaggio del fascismo e media. Cassese spiega le cause vere dell'antipolitica

Più che la legge elettorale, dovrebbe preoccupare la scarsa partecipazione al voto

Grillo al seggio elettorale per le Comunali a Genova (foto LaPresse)

Professor Cassese, le elezioni si avvicinano a grandi passi. E la legge elettorale?

Sono pessimista sulla possibilità che si trovi una formula elettorale che raccolga una maggioranza. Andremo avanti con le leggi sbocconcellate che abbiamo, la Calderoli corretta dalla Corte costituzionale e la Renzi corretta anch’essa dalla Corte. C’è, invece, un’altra cosa che dovrebbe preoccupare, e che pare assente dal dibattito politico.

 

Quale?

La partecipazione elettorale. Dal 1948 al 1976, per circa trent’anni, ha oscillato tra il 93 e il 92 per cento. Dopo, ha cominciato a scendere, ed è ora al 72 per cento. Venti punti in meno. E questo non è l’indicatore peggiore.

 

Che c’è dietro?

Dietro c’è la scarsissima partecipazione politica “visibile” degli italiani. Solo l’8,1 per cento degli italiani con più di 14 anni partecipa alla vita politica. Questa partecipazione è misurata dall’Istat nella indagine “aspetti della vita quotidiana” calcolando quanti, almeno una volta all’anno, partecipano a cortei, vanno a comizi o svolgono gratuitamente attività a favore dei partiti (sono il 7,7 per cento) e quanto contribuiscono finanziariamente ai partiti (sono l’1,5 cento). La cosa è resa più grave da tre aspetti, uno diacronico, due sincronici.

 

Li elenchi, professor Cassese.

Nel 2008, la partecipazione coinvolgeva il 10,4 per cento degli italiani con più di 14 anni. Dunque, c’è stato un calo di più di due punti in meno di dieci anni. Secondo: la partecipazione politica definita dall’Istat “invisibile” (le persone che almeno una volta alla settimana si informano o ascoltano dibattiti politici) coinvolge il 77 per cento degli italiani con più di 14 anni, ed è rimasta sostanzialmente invariata. Questo vuol dire che gli italiani sono interessati, ma si astengono dal partecipare. Vuol dire che si attribuisce importanza alla politica, ma non ci si vuole far coinvolgere. Terzo: l’impegno sociale in gruppi professionali, di categoria e sindacali, coinvolge il 24 per cento degli italiani con più di 14 anni. Dunque, tre volte più alto dell’impegno politico. Ci si fa coinvolgere dalle attività sociali, non da quelle politiche. Anche questo tipo di impegno, inoltre, rimane sostanzialmente stabile nell’ultimo decennio. 

  

Un quadro terribile. Quali ne sono le cause, secondo lei?

Non facciamoci prendere dall’impostazione dei populisti antipolitica. Vediamo le cause vere. La prima riguarda l’offerta politica. Potrei ripetere quello che scrisse un autore che amo, Robert Musil, in un libro del 1918, Das Ende des Krieges: la politica è considerata “una piccola rivendita di idee ormai passate”. La seconda è il retaggio del fascismo e di secoli di servaggio: la convinzione che “la politica è una cosa sporca”. La terza è la rappresentazione che i giornali e gli altri mezzi di comunicazione danno della politica, come trasformismo.

 

Ma questo c’è davvero.

Ma non è un dato strutturale: proprio una maggiore partecipazione politica potrebbe tenere sotto controllo i “cambi di casacca”. Anche se non escludo affatto che una delle cause sia anche il “profittantismo disonorevole” (come lo chiamava Piero Calamandrei in un bello scritto del 1947 sulla Patologia della corruzione parlamentare, che le Edizioni di storia e letteratura hanno il grande merito di aver riedito, con lo stesso titolo, qualche mese fa).

 

Sono solo queste le cause della crescente disaffezione degli italiani per la politica?

No, ci sono anche cause più profonde, che si possono individuare se si “entra dentro” quei dati Istat sulla partecipazione politica. La partecipazione è maggiore se si sale nella scala della preparazione. Partecipano di più le persone con maggior preparazione culturale e con posizioni lavorative più elevate. Quelli con titoli di studio più bassi partecipano di meno. Insomma, la partecipazione è legata al livello di alfabetizzazione e di cultura.

 

Professore, lei si addentra nei meandri della linguistica, vuole stabilire una relazione tra partecipazione politica e “literacy”.

Tullio De Mauro, un maestro della linguistica italiana, ha scritto che la percentuale di italiani che ha una comprensione dei discorsi politici e che capisce come funziona la politica è inferiore al 30 per cento. I dati Ocse sull’analfabetismo (quello strumentale, delle persone incapaci di decifrare uno scritto, e quello funzionale, delle persone che leggono, ma non sanno elaborare e utilizzare le informazioni) mostrano che solo il 20 per cento della popolazione adulta possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari a orientarsi in una società. Siamo al 54° posto nelle statistiche Onu per tasso di alfabetizzazione. Secondo De Mauro, dei 60 milioni di italiani, 2 sono completi analfabeti, 15 sono semianalfabeti, altri quindici alla soglia della alfabetizzazione. E l’analfabetismo è un mezzo per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    04 Settembre 2017 - 10:10

    Chiaro che la percentuale di cittadini che rigettano schifati un diritto di voto costato lacrime e sangue ai nostri progenitori indica una democrazia marcia e in decomposizione. Le cause sono le stesse della nostra crisi generale, male oscuro ma esiziale del morente Occidente ossia il rigetto della nostra concezione antropologica classica occidentale storicamente sviluppatasi dalla classicità greco-latina, ebraico- cristiana ed includendo i valori delle culture mediterranee ed europeo continentali. Civiltà che si è irraggiata in tutto il mondo, di fatto "meno civile". Ora, rinnegando la nostra Civiltà ci ritroviamo barbari, apolidi culturali e dispersi mentali. Ridotti al relativismo, all'esistenzialismo animale, al carpe diem, al cinismo nichilista. Al chi se ne frega... tanto si muore e finisce tutto.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    03 Settembre 2017 - 19:07

    Al direttore - Quel Signore che dovrebbe rappresentare il massimo dell’alfabetizzazione, va a farfalle. Seguitemi: “La partecipazione elettorale. Dal 1948 al 1976, per circa trent'anni, ha oscillato tra il 93 e il 92 per cento. Ora è al 72 per cento.” Bene. Il periodo citato è quello, temporalmente, più vicino al fascismo. Chiamare in causa il suo retaggio, nel 2017, per l’attuale 72%, non è da alfabetizzati. Poi i numeri sciorinati, dal 2008 in poi, equivalgono ad arrampicarsi sugli specchi, richiamo a De Mauro incluso, non dicono e non dimostrano nulla. L’offerta politica, numericamente, non è mai stata così alta come ora: basta osservare, da alfabetizzati ovvio, il proliferare delle liste civiche e ciniche in lizza. L’Alfabetizzato, senza pregiudizi e rancori e antipatie, spiega: “Sono caduti i collanti ideologici e identitari che sfociavano nel 93%. Il fenomeno del calo è l’espressione di un “post” che non ha trovato una sua composizione. Tutto il resto chiacchiere per analfabeti"

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  • Giovanni

    03 Settembre 2017 - 18:06

    "ogni popolo ha i politici che si merita" ma tale detto potrebbe essere capovolto "ogni politico ha l'elettorato che si merita". Se la media intellettuale degli italiani è deprimente (lo si può anche arguire dalla percentuale molto bassa di libri venduti in Italia), d'altronde quella dei politici italiani non si può certo considerare eccelsa. Stendiamo un velo pietoso sul solito Di Maio e i suoi disgraziati congiuntivi ma quanti di essi hanno una laurea? e quanti di quelli laureati hanno una laurea di un certo valore? Quanti di essi sanno esprimersi in un fluido e corretto inglese, oggi assolutamente necessario per poter interloquire in sede europea?

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  • guido.valota

    03 Settembre 2017 - 13:01

    Veramente a me sembra che la partecipazione al voto in Italia risulti sempre troppo alta, specialmente nelle regioni che per tutto il resto del comportamento civico producono il peggio degli amministratori e degli amministrati. Inoltre proprio i dati sull'analfabetismo funzionale degli italiani -super ottimistici, basta farsi un giretto sui social o sui forum dei giornaloni- dovrebbero pur significare qualcosa riguardo il valore di certi voti. Personalmente metterei un bel filtro fuori dai seggi: dato che la scuola pubblica cioè Cgil non ci ha pensato prima, un paio di domandine tipo seconda elementare per poter votare. Che so, 2+2, chi sia il presidente delle repubblica italiana, apporre la propria firma senza infilarci errori. E così si risolve anche il problema M5S, che crolla allo zero virgola.

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    • lupimor@gmail.com

      lupimor

      04 Settembre 2017 - 15:03

      I primi Parlamenti del Regno d'Italia ammettevano al voto: solo i maschi e, gli stessi filtrati per censo e istruzione. Non era certamente una lodevole "cernita" democratica. Sembra una bestemmia, ma non lo è, il suffragio universale è ancora peggio. Infatti la democrazia ateniese si guardò bene dall'adottarlo.

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