La colossale stupidaggine di scambiare la Sicilia per l’Ohio

Le elezioni regionali sono un “laboratorio”? No, la conquista di Palazzo dei Normanni non sarà mai il crocevia delle scelte politiche nazionali, è il teatrino politico dei pupi

La colossale stupidaggine di scambiare la Sicilia per l’Ohio

Crocetta con Renzi e Alfano nel settembre del 2016 (foto LaPresse)

La nazione pende dalla bocca della Sicilia, si dice, ma la Sicilia è da sempre nazione indipendente, non è appesa al destino dell’Italia. Tanto tempo fa, secondo Virgilio, vi morì Anchise padre di Enea, il pio condottiero dei Teucri salpò dalle sue coste per essere sbattuto dai venti a Cartagine, poi fece uno scalo olimpico, con giochi di destrezza resi immortali dai versi virgiliani. Per le relazioni con la nostra primogenitura è tutto, anche se non è poco, quanto meno nel canto mitico. Per il resto, lo sanno anche i bambini, la Sicilia è greca araba e normanna. L’unità del paese è partita di lì, ma alla garibaldina, ed è stata costruita agli antipodi sabaudi dell’isola, e la fusione della sua classe dirigente con quella nazionale è sempre stata un tentativo velleitario. I siciliani coltivano con orgoglio, dall’alto di una splendida letteratura e del magistero belcantistico, una separatezza, volgarmente chiamata autonomia, radicata nel loro paesaggio agrario e architettonico, e hanno creato la crudele epopea che in tutto il mondo è detta “mafia”, onore e terrore. L’occupazione delle terre incolte contro il latifondo, l’autonomismo regionale e il fenomeno del milazzismo sono stati tentativi anche molto generosi e intelligenti di fare dell’isola un laboratorio, se non un modello, ma la parabola eroica è finita con le stragi di Capaci e di via D’Amelio. In un certo senso, la Sicilia ha sterminato sé stessa.

 

Ricorro a tutte queste semplificazioni perché è venuto di moda pensare alla Sicilia come fosse l’Ohio, lo stato americano preso come riferimento per le svolte e le controsvolte della grande politica americana. Si crede o si finge di credere che la conquista di Palazzo dei Normanni sia il crocevia delle scelte politiche nazionali delle prossime elezioni. Eppure basta pensare, non dico all’inaudita presidenza di Rosario Crocetta, priva di autorità e di carisma, ma alla folla delle candidature, all’improvvisazione degli alchimismi di coalizione, allo stato penoso dei partiti, alla disarticolazione della società civile siciliana per capire che l’imminente rinnovo dell’Assemblea regionale sarà una lotteria in cui giocatori non proprio eccellenti, non leader sperimentati di movimenti e blocchi sociali significativi, bensì rispettabili pupi di un teatrino isolano si contenderanno istituzioni in crisi e un consenso non lineare, abborracciato, in un gioco di scaltrezze dell’ultima ora e senza un riferimento politico nazionale decifrabile.

 

Dopo Roma, ci siamo abituati. La rotta penosa delle classi dirigenti può produrre di tutto, anche il plebiscito dell’incompetenza e dell’ambiguità. Alla fine la destra si coalizzerà, in vista di non si sa bene quali programmi e risultati, i grillini faranno la loro corsetta demagogica, e il Pd pagherà probabilmente il prezzo delle sue follie, prima fra tutte la giunta uscente e il suo presidente. Ma questa girandola di rettori magnifici, professionisti che entrano ed escono dal palcoscenico, vecchi e sperimentati politicanti di radici ultralocali, con in più un nuovo tutto da ridere, non vale la pena di chiamarla modello. Palermo e Catania non sono Cleveland e Columbus, non sono la prefigurazione di un ordine ma la solita confusione tortuosa che prepara una nuova avventura per i siciliani, e niente di così decisivo per gli italiani.

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Commenti all'articolo

  • Nambikwara

    Nambikwara

    27 Agosto 2017 - 10:10

    Scambiare la Sicilia per l'Ohio, certamente no. Scambiare Palazzo dei Normanni con Montecitorio assolutamente si. Atrimenti si fa solo sterile paradosso che, tra l'altro è sempre preferibile al ruttare (correndo dietro inconsapevolmente, o forse si, il che è ancora peggio a chi rutta)

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  • Giovanni

    26 Agosto 2017 - 21:09

    Ferrara, lei può ovviamente pensarla come vuole ma io, siciliano, penso che se malauguratamente dovesse vincere il movimento di Grillo, sarebbe un bel guaio, e non solo per la Sicilia, ma anche per il governo italiano presente e futuro.

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  • Giovanni Attinà

    26 Agosto 2017 - 19:07

    Infatti le elezioni siciliane non è che abbiano valore nazionale. Tra l'altro assistiamo alla solita divisione del centrodestra, unitamente al centrosinistra. Berlusconi annuncia la sua permanenza in loco per le elezioni, ma l'area di centrodestra continua ad essere una piccola armata Brancaleone. A proposito: in un'intervista Musumeci ha indicato tra i punti prioritari il ripristino delle province. Della serie delle dimenticanze, considerato che quest'area è dal 1970 e anche prima che chiede l'abolizione o, meglio, cancellazione di questi enti inutili.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    26 Agosto 2017 - 15:03

    Caro Ferrara - Recitare Pirandello o Shakespeare è difficile, impegnativo, come lo è comprenderli per le platee. Ecco perché le mezze calzette nostrane e le italiche masse vanno matte per il teatrino dei Pupi. "Sei nata paperina, che cosa ci vuoi far?"

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