Lettere al direttore

Io, messo alla gogna con un vecchio video per liquidare il renzismo

Il candidato alla segreteria del Pd di Ancona spiega come il renzismo riformista sia diventato minoranza per mano della sinistra Peter Pan

Io, messo alla gogna con un vecchio video per liquidare il renzismo

Fabio Ragni

Al direttore - La ringrazio per l’opportunità di offrire un contributo sullo stato delle cose del Pd. La mia storia è nota. Il leak è uscito. Dopo aver dichiarato di volermi candidare a seg. della provincia di Ancona, un video goliardico girato anni fa con degli amici e rimosso mesi or sono, inizia a girare nelle chat dei dirigenti locali per poi finire su tutti i giornali. Il sabotaggio interno è partito, la macchina del fango è inarrestabile. Da giovane promettente divento in poche ore un appestato. In molti rilasciano dichiarazioni ambigue, prendono le distanze sfoggiando saggi di alto nullismo moralista. Ora, piuttosto che dilungarmi riguardo la mia presunta omofobia (la vera colpa del video è che non fa poi così ridere), mi consenta di mettere a fuoco alcune questioni che rappresentano la vera posta in gioco. Come è nel mio stile, vado dritto al punto.

 

Mi sono avvicinato al Pd grazie a Renzi. Agli inizi, tentando di scuotere alla base i tabù della sinistra, combattevamo una battaglia minoritaria, certi di affrontare le contraddizioni che ci impedivano di interpretare il mondo nuovo: mercato aperto, lotta al giustizialismo, un nuovo approccio alla politica europea, contrasto al welfare assistenzialista e al sindacalismo conservatore, apertura ai diritti civili. Queste sfide ci permettevano di riprendere uno spazio al di là del populismo grillo-leghista che tanto attira i miei coetanei. Una breccia si era finalmente aperta. Poi arriva il 4 dicembre. Compreso in anticipo quanto i comitati Basta un Sì fossero più una fiera delle vanità interna al Pd che una macchina programmata per vincere (Renzi si è fidato della struttura, la struttura lo ha fregato), abbiamo creato un comitato autonomo di soli giovani con storie e appartenenze diverse. Nel mentre i dirigenti locali, consapevoli che, se fosse davvero passata la riforma, il loro ruolo sarebbe stato ridimensionato, fanno passerelle. Come gli imbucati in discoteca usano il nome di Tizio, che in fondo non conoscono, o forse addirittura disprezzano, così le tessere della mozione Renzi-Martina si trasformano in un lasciapassare per scroccare un drink nel privé del nuovo potere democratico. Il renzismo, quello vero, liberale, radicalmente riformista è ancora ampiamente minoritario. La marea stava già iniziando a ritirarsi e in molti si aggrappano alla sabbia pur di riorganizzarsi e liberarsi dell’ennesimo leader. Nelle Rosse Marche, quelli che hanno sempre vissuto la conquista del potere locale come una forma di successione dinastica, quasi biologica, rimangono spiazzati dalla crescita dei 5 stelle. Invece di proporre una strategia di governo seria, la regione pensa a Trivelle, Ceta e si preoccupa di regalare “medicine” omeopatiche. Siamo un partito noioso, per questo respingiamo i giovani invece di attrarli.

 

Il Pd si sta progressivamente rinchiudendo nei confortevoli totem della sinistra Peter Pan. Ogni pensiero eterodosso viene stigmatizzato. Non c’è spazio per la provocazione, ovvero la forma più alta e nobile di spunto critico, siamo pieni di risposte passepartout ma non ci facciamo alcuna domanda sui principali driver di cambiamento globale. Nel 2012 avevamo il coraggio di osare senza nasconderci. I riformisti liberali appaiono oggi destinati a fare la fine degli indiani, controllati in piccole riserve. “Tra la nostra gente” (locuzione orripilante che concepisce l’eredità identitaria quasi come un titolo di proprietà da tramandare in forma cristallizzata) si respira un’aria di nostalgia verso il partito di massa, una sorta di reducismo ostinato e imbruttito. In conclusione, occorre un contrasto al riflusso della marea. Che è un po’ come “voler fermare il vento con le mani”, ma se si dovesse chiudere il pertugio aperto da Renzi non ci sarebbe più alcun coming back. Da tutto ciò nasce l’urgenza di metterci la faccia. Il caso di omofobia rappresenta invece l’ennesimo specchietto per le allodole per proseguire, indisturbati, verso la controrivoluzione e la totale liquidazione del renzismo.

 

Fabio Ragni

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Commenti all'articolo

  • MarcoC

    24 Agosto 2017 - 11:11

    Ottima analisi Matteo Ragni.

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