Guida breve alle nuove riserve della Repubblica anti populista

Gentiloni, ma anche Minniti, Maroni e Tajani. Perché 76 mesi di governi basati su unità e trasversalità dovranno proseguire

Guida breve alle nuove riserve della Repubblica anti populista

Foto LaPresse

Dal novembre del 2011 a oggi la politica italiana, in modo non sempre volontario, ha messo al centro della sua agenda di governo due parole che difficilmente spariranno nei prossimi duri mesi di campagna elettorale. Due parole chiare: unità e trasversalità. La miscela tra questi due termini ha rappresentato un collante unico per gli ultimi quattro governi avuti dal nostro paese e alla fine di questa legislatura i mesi continuativamente vissuti dall’Italia sotto una grande coalizione saranno la bellezza di settantasei: sei anni interi (2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2017) e due mesi nel 2011 più altri due nel 2018. Nonostante la grande coalizione sia un mostro politico dotato in modo naturale di una sua impopolarità, è altamente improbabile che nella prossima legislatura ci sia un governo dotato di caratteristiche molto diverse rispetto a quelle osservate negli ultimi anni. E alla luce di questo ragionamento elementare, si capisce bene come a pochi mesi dalle prossime politiche all’interno dei vari partiti che si candidano a governare il paese sia iniziato un lento, progressivo e naturale processo di scouting finalizzato a individuare volti capaci di rappresentare i due princìpi che in un modo o in un altro hanno guidato il paese dal 2011 a oggi, ma con l’aggiunta di un elemento in più: non solo unità e trasversalità, anche discontinuità. L’assunto che si trova all’origine di questa particolare attività di scouting, attività spesso non governata neppure dai vari leader di partito, è che al prossimo giro il Parlamento non avrà una maggioranza naturale a cui affidare la cloche del governo e sulla base di questo presupposto non è secondario iniziare a ragionare già da oggi su quelli che potrebbero essere dei profili utili sui cui scommettere un istante dopo la certificazione dell’ingovernabilità del paese – sapendo che gli alti costi a cui saranno sottoposti i candidati alle elezioni nella prossima campagna elettorale saranno un incentivo importante per evitare di tornare a votare e per trovare a tutti i costi una maggioranza per fare partire un governo (al Senato ci sono le preferenze e per i candidati a Palazzo Madama, stante la legge elettorale di oggi che prevede collegi grandi come una regione, andare in giro per farsi conoscere sarà una spesa non da poco). Per questo, anche per questo, i veri protagonisti di questa estate politica non sono i leader di partito, non sono i Renzi, i Berlusconi, i Salvini, ma sono coloro che meglio di altri rappresentano una sintesi possibile tra i vari tipi di Italia che potrebbero incontrarsi dopo le prossime elezioni. Il profilo di Paolo Gentiloni, ovviamente, è quello che meglio di altri sintetizza il passaggio del nostro paese dall’epoca delle rottamazioni a quella delle mediazioni. Ma accanto al volto trasversale e unitario dell’attuale presidente del Consiglio ce ne sono altri che per ragioni diverse rappresentano delle alternative possibili per guidare un’Italia che forse un giorno ci sarà: Marco Minniti, Antonio Tajani, Roberto Maroni. Le storie sono diverse tra loro ma in ognuno di questi profili c’è la proiezione di uno scenario che potrebbe maturare all’indomani delle prossime elezioni e che metterebbe al centro del dibattito politico la necessità di allargare, rispetto a oggi, il perimetro della maggioranza di governo, trovando un modo per mettere insieme non solo Forza Italia, il Partito democratico e qualche anima in pena del centro ma anche la Lega – su un modello già sperimentato alla Camera lo scorso 27 maggio, quando in commissione Bilancio l’emendamento che ha sostituito i voucher è stato votato non solo dal Pd ma anche da Forza Italia, Ap, Ala, Scelta civica e la Lega.

 

E’ uno dei grandi temi dell’estate, che naturalmente acquista una sua rilevanza particolare nei mesi in cui il terrorismo di matrice islamista potrebbe tornare a far tremare con continuità l’Europa: oltre Gentiloni, quali sono i volti che potrebbero mettere insieme le tre caratteristiche che abbiamo descritto? Da tempo, è noto, Marco Minniti, molto stimato dal presidente della Repubblica e conosciuto ormai in tutte le cancellerie d’Europa, ha assunto la fisionomia del ministro unico della nazione e il responsabile dell’Interno sa di godere della stima non solo dei partiti che oggi appoggiano l’attuale maggioranza (Berlusconi stravede per lui) ma anche di quelli che si trovano ai margini, dalla sinistra esterna al Pd fino alla Lega. Specularmente, nel centrodestra i volti che per ragioni diverse suscitano consensi trasversali, e che sono destinati a diventare sempre più centrali nel caso di un’affermazione significativa del centrodestra, sono da un lato Roberto Maroni e dall’altro Antonio Tajani. Entrambi i nomi, anche qui per ragioni diverse, sono il simbolo di un’alternativa istituzionale al populismo. Tajani, come ha ricordato ieri Repubblica, da presidente del Parlamento europeo rappresenta in modo genuino ciò che il centrodestra berlusconiano aspira a essere fino in fondo da qui alle prossime elezioni, ovvero un partito di puro buonsenso merkeliano capace di mostrarsi perfettamente alternativo a ogni genere di istinto populista. Tajani è in un certo senso il Gentiloni di Berlusconi e la carta del presidente del Parlamento europeo potrebbe essere spesa nella prossima legislatura in caso di un contestuale e clamoroso successo di Forza Italia e di un clamoroso flop del Pd (Tajani non è amato da Salvini, che non lo ha votato come presidente del Parlamento europeo, ma lo stesso Salvini due anni prima, da europarlamentare, lo aveva votato come vicepresidente del Parlamento europeo, mentre entrambi i governatori della Lega, Maroni e Zaia, hanno una grande stima del Gentiloni del Cav.). In questa piccola carrellata estiva, il nome finale da seguire con attenzione è quello di Roberto Maroni, attuale governatore della Lombardia, che nonostante le smentite di Berlusconi è, come racconta spesso Umberto Bossi agli amici più cari, il vero volto su cui intende scommettere il capo di Forza Italia nel caso in cui il centrodestra si ritrovasse al prossimo giro con numeri alti in Parlamento, non sufficienti però per far nascere un governo. Unità e trasversalità, ma forse anche discontinuità.

ell’estate in cui la lotta al terrorismo da un lato e la gestione dei migranti dall’altro portano in modo quasi naturale gli elettori a osservare con diffidenza i professionisti della fuffa e i campioni della chiacchiera populista, i nomi da seguire con attenzione non sono quelli che si trovano alla guida dei partiti ma sono quelli che si trovano in una posizione più defilata, più laterale, più silenziosa, con un piglio e un profilo più legato alla necessaria mediazione che alla possibile rottamazione.

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    20 Agosto 2017 - 21:09

    Con tutta la buona volontà viene difficile considerare governi di "grande coalizione" quelli successivi alla scissione di Alfano da Berlusconi: sono dei quasi monocolori PD non tanto nella composizione quanto nelle politiche seguite. Lo testimoniano anche i continui voti di fiducia richiesti (perfino sulla legge elettorale) non solo al senato ma anche alla camera, dove in teoria i numeri non sono ballerini. Su Maroni sono pienamente d'accordo, è la faccia più rassicurante della Lega, oltre alla più esperta, e non è assolutamente in antitesi con Salvini; si aprirebbe però un vuoto nel centro-destra per la candidatura a governatore della Lombardia. Quanto a Minniti, è un degno successore di Maroni al ministero dell'interno, per me l'unico ministro valido in questo governo.

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  • Giovanni Attinà

    20 Agosto 2017 - 12:12

    La specializzazione italica è quella di prevedere scenari, in vista delle elezioni. Aspettiamo che arrivino e poi facciamo le analisi. Una cosa è certa sinora i vari partiti o presunti tali non è che eccellino in programmi per avviare a soluzione i tanti problemi italiani.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    20 Agosto 2017 - 02:02

    Al direttore – Analizziamo, rimanendo sul significato delle parole: unità e trasversalità. Unità per cosa? Per preservare e mantenere l’attuale assetto politico/sociale? Ok, i 5S sono fuori. Unità per cambiarlo? Ok, i 5S, ancora fuori. Trasversalità? Nel caso significa una sola cosa: maggioranze di coalizione. Dal primo governo post bellico, il Parri primo a Gentiloni, è sempre stata una immarcescibile costante. Ok, i 5S di nuovo fuori. Ne consegue: non servono a nulla. Però se le politiche assegnassero loro una propria autonoma, robusta maggioranza alla Camera e al Senato, tutto lo scritto del direttore non avrebbe più senso. Invece lo ha, eccome. I nomi richiamati? Logici, ma la politica ha logiche che la logica non conosce. Le trasversalità, dette “le consocetarie”, nascono, si consolidano o tramontano in base al numero reale di seggi, alla Camera e al Senato, che avranno le varie parti. Col sistema proporzionale e le preferenze la conta sarà implacabile. La governabilità? Chi?

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    20 Agosto 2017 - 00:12

    Con tutta la buona volontà viene difficile considerare governi di "grande coalizione" quelli successivi alla scissione di Alfano da Berlusconi: sono dei quasi monocolori PD non tanto nella composizione quanto nelle politiche seguite. Lo testimoniano anche i continui voti di fiducia richiesti (perfino sulla legge elettorale) non solo al senato ma anche alla camera, dove in teoria i numeri non sono ballerini. Su Maroni sono pienamente d'accordo, è la faccia più rassicurante della Lega, oltre alla più esperta, e non è assolutamente in antitesi con Salvini; si aprirebbe però un vuoto nel centro-destra per la candidatura a governatore della Lombardia. Quanto a Minniti, è un degno successore di Maroni al ministero dell'interno, per me l'unico ministro valido in questo governo.

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