Andrea Mazzillo e Virginia Raggi (foto LaPresse)

L'uomo qualunque

Salvatore Merlo

La catastrofe dei grillini di governo è nella storia di Mazzillo, assessore di Roma, senza deleghe e competenze

Roma. “Dov’è Mazzillo? Dov’è Mazzillo? E’ lui che ha i cordoni della borsa!”, e tutti ridevano la settimana scorsa, al teatro Flaiano, i duecento consiglieri comunali e municipali del M5s riuniti a porte chiuse, mentre Beppe Grillo, come nei suoi spettacoli, agitava il microfono sotto i riflettori, e lo cercava con lo sguardo e la voce, “dov’è Mazzillo?”, e sembrava la canzone di Gabriella Ferri, “sù, facimm ambress / Jámmola a ritruvà / dove sta Zazá?!”. E allora eccolo Andrea Mazzillo, l’assessore al Bilancio del comune di Roma che forse sarà licenziato, forse si dimetterà, o forse no, resterà incredibilmente al suo posto, dopo aver criticato gli assessori e i manager paracadutati a Roma dalla Casaleggio Associati, dopo aver ritrattato le critiche e fatto ammenda, dopo averle confermate con morbida e indifferente pendolarità, e dopo aver, infine, rimesso parte delle sue deleghe “preso atto, attraverso una chat, dell’intenzione della sindaca di nominare altri due assessori, e senza avermi neanche informato”.

 

E davvero nessuno più di questo quarantenne, figlio di un importante giudice della Corte dei conti, con alle spalle una candidatura a Ostia nelle liste del Pd (se lo ricordano tutti ancora zampettare alle spalle di Marco Causi), lui che nel suo curriculum scrive di essere “commercialista” e addirittura “professore” (senza tuttavia essere né l’uno né l’altro), nessuno più di questo ragazzo la cui attività di maggior rilievo è stata fin qui quella di occuparsi dei finanziamenti alla campagna elettorale di Virginia Raggi, nessuno più di lui, si diceva, sembra segnare e incarnare il tempo felice del sogno dell’uno vale uno, che assieme al vaffa è grammatica, codice e aspirazione politica totale del Movimento cinque stelle. Ed è infatti una prova della saggezza del destino che sia proprio lui adesso ad animare quest’ultimo, pazzotico episodio del nuovo cinema Campidoglio, insomma una persona piuttosto qualunque messa nelle stanze più centrali del comune di Roma a esercitare vasti poteri e a maneggiare un bilancio da cinque miliardi di euro non già per provate capacità, ma per essere sopravvissuto tra i gorghi di correnti e sottocorrenti, lobby e fazioni, veleni e stupidaggini. E perché insomma, alla fine, scappati a gambe levate tutti gli altri possibili candidati – e chi se li ricorda ormai i vari De Dominicis e Tutino, e Minnenna, che per poche settimane, pochi giorni, e persino poche ore, sono stati assessori al Bilancio del comune più pazzo d’Italia?– alla fine era rimasto solo lui: “Mi dica lei se trova qualcuno che vorrebbe fare l’assessore al Bilancio”, disse Mazzillo a Federico Capurso della Stampa, non appena fu nominato da Virginia Raggi, in una famosa e grottesca intervista. “Nessuno voleva farlo, eccomi qua!”.

 

E insomma il Movimento cinque stelle è talmente scalabile dall’interno, in questo vuoto pneumatico di rappresentatività e competenze, che ce la può fare anche uno del Pd di Ostia trombato alle elezioni, senza arte né parte, precipitato da un giorno all’altro a occuparsi di nomine e miliardi, roba da perdere la testa, da ubriacare, da convincere chiunque di essere Napoleone, con Grillo che ti cerca nella sala piena di consiglieri comunali, in quel miscuglio imprendibile di satira e politica, di sparate, frizzi e lazzi che però si fanno azione di governo: “Dov’è Mazzillo? E’ lui che tiene i cordoni della borsa!”. Ed è infatti lui, il non commercialista che si fa chiamare “professore” come il pappagallo della famosa barzelletta, è lui che entro il 30 settembre dovrà scrivere il bilancio consolidato, un incubo da far tremare le vene e i polsi, con tutte le partecipate di Roma, compresa Atac, e con i revisori dei conti che rilasciano interviste severe e allarmate al Messaggero.

 

E allora davvero c’è tutta la strana filosofia dei Cinque stelle in questa acrobatica, illogica, pasticciata ascesa di Andrea Mazzillo, l’uomo qualunque, fino alla vetta delle massime responsabilità in quell’immobile catastrofe chiamata comune di Roma. E c’è tutta la tragedia dell’inadeguatezza, nella hybris di questo giovane militante del Pd che adesso sembra volersi rivoltare contro i suoi committenti di Genova e di Milano, che li sfida, ma che in fondo sa pure di non essere né Bruno Rota, il super manager dei trasporti che si è dimesso da Atac, né Massimo Colomban, l’imprenditore milionario calato dal Veneto. Lasciato il Campidoglio, l’uno tornerà a fare il manager, l’altro ritroverà le sue attività. Ma i Mazzillo cosa fanno, dopo? L’uomo qualunque perde tutto, dopo aver vinto tutto. E sa di non poter mollare. Quando gli ricapita?

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.