Un buco nell'Atac

Cosa significa avere un banda di non competenti alla guida di un governo? Andate su un bus a Roma

Luciano Capone

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Un buco nell'Atac

Roma. Passata la falsa emergenza idrica senza bisogno di razionare l’acqua, con l’interruzione della linea A della metropolitana si è capito che la vera emergenza della Capitale sono i trasporti. Oltre ai cittadini romani se ne sono accorti anche i turisti, pronti a un eventuale rifornimento di bottiglie d’acqua, e invece impreparati all’attesa di una navetta sostitutiva sotto il sole rovente. Scene destinate a ripetersi per tutto il mese di agosto – in un periodo in cui le corse sono già ridotte del 20 per cento – nei pressi delle stazioni chiuse per i lavori di completamento della linea C.

 

La gestione dell’emergenza Atac, incancrenita da anni di pessima conduzione, è il simbolo dell’incapacità della giunta di Virginia Raggi di affrontare i problemi veri della città, ma anche il tradimento dei tanto sbandierati “princìpi” del M5s. Innanzitutto la trasparenza: ad oltre un mese di distanza dalla scadenza dei termini, l’Atac non ha ancora approvato il bilancio 2016. Ma c’è anche il rapporto con le banche creditrici dell’azienda dei trasporti, favorite da una delibera dello scorso ottobre che ha di fatto scaricato il debito dell’Atac sui cittadini romani. 

 

Mentre il Movimento sbraitava in Parlamento e in tv contro il governo “servo delle banche” e predicava contro i salvataggi a carico dei contribuenti, a Roma Virginia Raggi razzolava male. Il 12 ottobre del 2016 la giunta vota una delibera per salvare in extremis l’Atac, ma che in realtà è un soccorso alle banche creditrici. A pochi giorni dalla scadenza di un debito da 167 milioni che avrebbe portato l’azienda dei trasporti al default, la giunta Raggi approva un piano che rinvia di due anni l’inizio del pagamento del maxi debito nei confronti del comune (430 milioni di euro) per dare la precedenza alle banche. “In Atac abbiamo ereditato una situazione critica – commentava Andrea Mazzillo, all’epoca assessore al Bilancio da pochi giorni – e al fine di garantire la continuità del servizio, abbiamo stabilito di agevolare la ristrutturazione del debito cumulato negli anni verso gli istituti di credito”. Ma di cosa si tratta lo spiega in maniera più chiara e con una punta d’orgoglio l’assessore alla Mobilità Linda Meleo: “La soluzione che abbiamo trovato è stata quella di rinviare il pagamento del debito di Atac verso il comune in modo che quella risorse possano essere dirottate alle banche per liquidare il prestito”. Ed è proprio così che è andata: il precedente piano prevedeva l’inizio dei pagamenti nei confronti del comune a partire da luglio 2017, mentre con la delibera approvata ad ottobre l’inizio dei pagamenti dei 430 milioni viene spostato al 1 gennaio 2019, con un ammortamento ventennale senza interessi fino al dicembre 2038. In questo modo vengono liberate risorse che consentono ad Atac di aumentare per due anni, nel 2017 e 2018, la quota di capitale destinata alla restituzione dei 167 milioni di euro alle banche finanziatrici.

 

Pochi mesi dopo, grazie alla nuova linea di credito del comune, Atac stipula un nuovo accordo con le banche creditrici per estendere fino al 3 dicembre 2019 il finanziamento in scadenza sottoscritto nel 2013, che però costerà ulteriori 5,8 milioni di interessi. Se un concordato preventivo scaricherebbe su tutti i creditori i costi della ristrutturazione, il congelamento delle rate salva momentaneamente l’azienda dei trasporti dal default, permette alle banche di recuperare i crediti, ma appesantisce ulteriormente il bilancio del comune, sui cui di fatto vengono trasferiti i debiti dell’Atac. In pratica mentre le banche si salvano, il Campidoglio si stringe in un abbraccio mortale con l’Atac che porta entrambi a fondo.

 

Questo avvitamento tra comune e partecipata viene ammesso oggi dallo stesso assessore al Bilancio Mazzillo quando, dopo le dimissioni di Rota in polemica con la decisione di non voler portare i libri in tribunale, dice al Sole 24 ore: “Il debito di Atac da 1,38 miliardi per il comune è un credito, che vale oltre 500 milioni. Se oggi la società fallisce, anche il comune ha serie difficoltà e rischia il dissesto, perché non riesco a coprire una svalutazione dei residui attivi di questa portata”.

 

La gravità della situazione è stata evidenziata anche da Federica Tiezzi, presidente dell’Organismo di revisione economico-finanziario della Capitale: “Noi come revisori dei conti abbiamo spedito già una lettera a maggio, per chiedere subito interventi sulla mole di crediti e debiti da riconciliare con le società comunali. – ha detto al Messaggero – Che io sappia non è stato fatto quasi nulla. La sensazione è che stiamo in alto mare. E il tempo sta per scadere”. Il problema è che adesso il comune non ha altri soldi da poter buttare nel pozzo senza fondo dell’Atac, ma non può neppure permettersi di farla fallire, perché vorrebbe dire rinunciare ai crediti – di fatto inesigibili – che da 430 sono saliti a 500 milioni. E a quel punto “si rischia il dissesto – dice la presidente dell’Oref Tiezzi – per questo dico che non si può fare finta di nulla”.

 

Intanto la giunta Raggi si occupa di ciò che finora ha prevalentemente fatto: la nomina di dirigenti in seguito a dimissioni. Al posto del dimissionario Rota, subentrato al dimissionario Rettighieri, è stato scelto come nuovo amministratore delegato e presidente di Atac del veneto Paolo Simioni, uomo vicino all’assessore alle Partecipate Massimo Colomban, mandato a Roma direttamente dalla Casaleggio. La scelta di Simioni segna la vittoria di Colomban – che ha già annunciato le sue dimissioni per settembre – su Mazzillo, che si era lamentato dei troppi incarichi a manager e assessori non romani. Roma per adesso è commissariata dalla Casaleggio Associati, ma se il comune non riuscirà a presentare un bilancio consolidato con i conti delle partecipate entro il 30 settembre, potrebbe trovarsi commissariata dal prefetto.

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