Perché si è dimesso il ministro Enrico Costa, centrista, tennista e non palindromo

Quando ieri a Repubblica aveva detto che sullo ius soli “l’estremismo di centro può essere appassionante, ma rischia di essere velleitario”, nel centrosinistra si è cominciato a guardare al ministro come a un quasi-ex ministro

Perché si è dimesso il ministro Enrico Costa, centrista, tennista e non palindromo

Foto LaPresse

"A chi mi consiglia di mantenere comodamente il ruolo di governo, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, rispondo che non voglio equivoci, nè ambiguità. Allungherò la lista, peraltro cortissima, di ministri che si sono dimessi spontaneamente. Rassegno, pertanto, con la presente, le mie dimissioni dall'incarico di ministro per gli Affari Regionali". Con queste parole il ministro Enrico Costa ha rassegnato le sue dimissioni dal governo.

  


 

Roma. Era già successo in primavera, che il ministro di Alternativa popolare ed ex Forza Italia Enrico Costa, agli Affari Regionali e alle Autonomie nel governo Renzi e agli Affari Regionali con delega alla Famiglia in quello Gentiloni, facesse pensare di essere un po’ fuori linea rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi di governo. Si discuteva infatti di legittima difesa e il ministro Costa – mentre il Guardasigilli Andrea Orlando ribadiva il “no” alla “delega ai singoli” della propria difesa – si mostrava centrista, ma sbilanciato sul lato “pugno di ferro” contro il “lungo processo” per le vittime di furto o aggressione che si difendono da sole. Non si era arrivati alla rottura, anche se tra i Dem qualcuno aveva cominciato a guardare Costa come un corpo mezzo-estraneo (nel Pd c’era infatti una larga fetta di parlamentari convinti che l’impostazione dovesse essere, sempre e comunque: “La sicurezza non aumenta se hai una pistola in mano”). Ma si era ancora a monte del risveglio politico a destra – né si poteva certo prevedere che Silvio Berlusconi, tornato sulla scena, si esponesse senza infingimenti per un centrodestra “inclusivo”, con appello valido, volendo, anche per i trasfughi. Ma Costa, avvocato e figlio d’arte (dell’ex ministro Raffaele Costa), continuava a non apparire uomo di rottura. Era, sì, per chi ricordava i dettagli, l’ex capogruppo pdl in Commissione Giustizia della Camera che, negli anni delle piazze “NoB”, era stato in prima linea sul Lodo Alfano e che poi, nel 2011, aveva presentato in Commissione un emendamento al ddl intercettazioni (in direzione del divieto di pubblicazione prima dell’“udienza filtro”) che gli aveva attirato le critiche dei popoli viola con post-it giallo. Ma questo non aveva impedito che Costa, in politica da quando aveva vent’anni (prima consigliere comunale, poi consigliere regionale in Piemonte, poi parlamentare), nell’epoca del Nuovo Centrodestra alfaniano e fino a oggi fosse considerato, a sinistra, figura di raccordo non divisiva. E questo nonostante il suo approccio iper-garantista su “ingiusta detenzione”, intercettazioni, giusto processo e certezza della pena potessero far presagire qualche attrito con i settori più giustizialisti della compagine di governo o con gli esponenti politici più preoccupati di arginare le critiche populiste e manettare (a Cinque stelle e non solo).

 

Ma quando ieri, intervistato da Repubblica sul caso “ius soli” (che l’ha visto in disaccordo con la linea pd al punto da minacciare le dimissioni), Costa ha detto la frase “l’estremismo di centro può essere appassionante, ma rischia di essere velleitario”, nel centrosinistra si è cominciato a guardare al ministro come a un quasi-ex ministro (si dimette? Non si dimette? Quando si dimette?, erano gli interrogativi che correvano tra Palazzo Chigi e Montecitorio). In particolare destava, a seconda dei punti di vista preoccupazione o speranza, l’affermazione “il centro può essere autosufficiente ma mai prevalente: se vuole incidere deve fare da integratore per le performance dell’area liberale”. Intanto, in Alternativa Popolare, dice chi lo conosce, “Costa ha lanciato il dibattito”. La preoccupazione è, spiega un parlamentare centrista, “evitare che si arrivi al punto del 2013”, con il centrodestra costretto a contare “i venticinquemila voti mancanti”. Ma come la metterà il ministro tennista Costa, anche appassionato di giallistica, con la questione della propria permanenza al governo? Essere di centro nel suo caso non è posizione palindroma, da leggersi in modo ugualmente centrista da destra e da sinistra: come dire che ognuno ha le sue basi (a destra, in questo caso) e la base non si può ignorare, tanto più se il richiamo viene da Silvio Berlusconi, con cui Costa, pur alfaniano, non ha mai interrotto i rapporti di intesa cordiale.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    19 Luglio 2017 - 17:05

    Costa è uomo abile e dal forte intuito. Il suo ritorno a "casa" indica a noi mortali che il Centro Destra potrebbe anche vincere le elezioni politiche se riuscisse a compattarsi. I problemi veri sono semmai questi: il PD riuscirà ad arrivare almeno al secondo posto? Riuscirà il Centro-destra a rimanere compatto dopo le elezioni?

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