Guru e paraguru

La politica italiana ha bisogno di atleti, di boxeur, di ciclisti, non di gente come Grillo e Casaleggio

Guru e paraguru

Foto LaPresse

Finiremo governati di nascosto da guru e paraguru? Ne dubito. Pisapia non si presenta, ma c’è, è disponibile. E’ il centrosinistra e un possibile presidente del Consiglio. D’Alema non si presenta, a meno che non glielo chieda all’unanimità la Puglia, il che è escluso, ma c’è. E’ la sinistra, con Bersani e Gotor e se necessario anche contro. Una volta diceva di stare a Bruxelles, con le sue Fondazioni riunite, ora è fondato tra Roma e Gallipoli, e intende dare fastidio allo psicotico Renzi finché gli sarà possibile, ma da fuori. Enrico Letta se ne andò, dopo tanto armeggiare in “vedrò”, e insegna politica, fottuto dal Machia di Rignano, nel paese di Jean Bodin e di Enrico di Navarra. La destra è ambiziosa, materialista, a prova di invecchiamento come certi Bourgogne rari. C’è sempre e comunque, in versione umanista o animalista, come i supremi Bossi e Berlusconi. Che però non si presenta, tradito dalle sentenze, ma lui sì che sarebbe pronto. E’ un punto a favore della destra, questo presenzialismo democratico.

 

E di Renzi, la destra della sinistra e la sinistra della destra. E’ troppo presente, questo ormai è ovvio per tutti. La sua intrepida energia ha stancato molti, dovrebbe delegare e lasciar vivere paese e governo e partito con e oltre Renzi, questo per tornare a significare, al momento giusto, quel che ha significato nel momento topico ed eroico della sua scalata al potere. Ma è ammirevole la sua fame. La fame è sempre ammirevole. In politica se vuoi una cosa devi andare a prendertela. Perdere e rivincere e riperdere è la regola del gioco. Mostrarsi, chiedere, esporsi e anche sputtanarsi un poco è di prammatica. Solo magistrati e giornalisti hanno delle pretese senza vero riscontro. Possono permettersi il lusso di fare politica senza seguirne le regole, anzi contraddicendole. Ma per gli eletti del popolo, per gli uomini di partito, e delle istituzioni, non c’è trippa per gatti, o ci sono o non ci sono. Il guru agita valori. Il paraguru li usa per fregarti. Con tutti i difetti della funzione, il politico di partito lavora con Aristotele, causa ed effetto. La sua gloria è la vittoria, ma anche il fallimento. Pisapia non può più fallire, questo è il guaio che lui stesso non conosce. E’ diventato una ragione del cuore, un prodotto amabile senza scadenza.

 

La politica italiana ha bisogno di atleti, di boxeur, di ciclisti come Aru, di faticoni del pallone, di instancabili massaie muscolose con alte competenze di gestione, altro che guru. Centometristi come Renzi, passisti come Gentiloni, maratoneti d’altipiano come Berlusconi. Ha bisogno di impasti sodi, lievitati di realtà, non soufflé. Prodi fu ministro con Andreotti, e sarebbe pronto a fare il presidente della Repubblica con il Fronte popolare. Anche lui gioca con la tenda, gureggia e paragureggia, ma non gli crede nessuno. Per sua fortuna. I Di Maio e i Dibba hanno ambizioni ardenti, direttamente proporzionali alla loro incompetenza. Ma sono al seguito dei paraguru dei paraguru, Grillo e la dinastia Casaleggio. E alla fine non gli crederà nessuno. Per nostra fortuna.

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